SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La città degli altri. Il manicomio provinciale di Ancona tra reclusione e libertà (1900-1999)

Gabriella Boyer Pelizza

Ancona, affinità elettive, 202 pp., € 18,00 2015

Nominando «gli altri», Gabriella Boyer Pelizza porta in scena gli «attori» del mani- comio provinciale di Ancona, in un arco temporale che va dal 1901 alla dismissione del 1999, in applicazione della legge 180 del 1978. «Altri» non sono (soltanto) gli internati. Più che dare voce alle soggettività che hanno abitato questo luogo, il libro segue infatti un’indagine orientata a restituire la sola storia istituzionale del manicomio, attraverso figure ed eventi che ne hanno garantito esistenza e funzionamento, dentro e fuori le sue mura. Emerge, prevalentemente, l’immagine del consolidarsi di un’istituzione custodialistica e assistenziale attraverso, ad esempio, gli ap- procci gestionali e teorico-scientifici dei direttori che si sono succeduti. Uno sguardo par- ticolare è rivolto alla politica sanitaria che questi hanno attuato durante la loro gestione. Il volume presenta un’ideale suddivisione in tre parti. Nella prima (1901-1948) la scienza alienistica si declina ad Ancona attraverso il ruolo di Riva, Modena, De Paoli. È con la direzione di Gustavo Modena (dal 1913) che l’O.P. assume un ruolo di primo pia- no sia in termini di ricerca scientifica che di efficienza ospedaliera. In questo lungo perio- do si compie la manicomializzazione della follia, cresce il numero degli internati e matura un profilo che tiene insieme l’approccio organicista, l’idea dello spazio manicomiale come fattore di cura, con una psichiatria di impostazione kraepeliniana. Sul piano degli eventi il manicomio incrocia: la Grande guerra, il fascismo (che defenestrerà Modena per le sue origini ebraiche), il secondo conflitto mondiale con il bombardamento del manicomio, lo sfollamento e la significativa esperienza di Sassoferrato, un prototipo, spurio, di comunità psichiatrica in cui, con pratiche di open door, medici, infermieri, ricoverati si misurano in una relazione curativa orizzontale e originale. Nel 1948 il manicomio torna ad Ancona e conosce un ventennio che l’a. definisce «neutro», di cui abbiamo «scarse notizie» (p. 15). Eppure sono gli anni della psichiatria farmacologica, di uso e abuso di malarioterapia ed elettroshockterapia. La fine del libro è la storia, più irta e difficile, della fine del manicomio di Ancona, come intanto avveniva nel resto dei manicomi italiani. L’a. colloca, in un gioco di scala, i momenti e i protagonisti significativi che si impegnarono per una radicale trasformazione del trattamento del soggetto con sofferenza psichica, dentro un mutato clima culturale e politico: la lenta democratizzazione del paese, il Sessantotto, le lotte operaie, la riforma sa- nitaria, la legge Basaglia. Da esclusi, isolati, reietti e s-oggetti senza diritti, i mentali, come li rinominò il direttore Mancini, diventavano persone, con il loro diritto alla cura, alla salute, all’ascolto, alla libertà, alla dignità, a una possibile autonomia nella comunità. Varcati e abbattuti i muri del manicomio, questo libro lascia, tuttavia, campi di ricerca aperti e ancora da sondare: le voci e i corpi, ormai di carta, che le cartelle cliniche conservano sono quelle soggettività su cui si è plasmata e scritta la storia della follia. Una storia che merita ancora di essere raccontata.


Marica Setaro