SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Scritti e discorsi vari

Giacomo Matteotti

Pisa, University Press, 323 pp., € 30,00 2014

Con questo libro si conclude la pubblicazione delle opere di Matteotti, iniziata nel 1983 e tradottasi in ben dodici volumi. In quest’ultimo, spiega Caretti, «sono raccolti in ordine cronologico scritti e discorsi che affrontano in particolare materie concernenti gli enti locali e la legislazione elettorale amministrativa» (p. 43). La recente acquisizione di alcune lettere di Matteotti a un’amica ha consentito l’attribuzione degli articoli firmati Eliomi, che nei precedenti volumi non erano stati considerati. Scritti e discorsi sono divisi in tre periodi: 1907-1916, 1920, 1921-1924. In appendice, sono riportati altri interventi parlamentari (interrogazioni, interpellanze, mozioni, proposte di legge). La dimensione politico-culturale di Matteotti è stata a lungo «schiacciata» dal suo martirio che, pur avendolo reso molto popolare tra le gente, facendone un simbolo dell’antifascismo anche all’estero, ha reso difficile l’avvio di una seria riflessione sulle sue competenze giuridiche ed economiche, sulla reale natura del suo socialismo. Un sociali¬smo classista che, per il fatto di essere gradualista e distante dal verbalismo rivoluzionario dei massimalisti, fu impropriamente accomunato alla socialdemocrazia. In realtà, scrive Santomassimo nella premessa, Matteotti è un socialista «che individua nella modifica concreta dei rapporti di forza tra le classi la vera e unica rivoluzione possibile, che crede nella costruzione graduale di un socialismo dal basso, fondato sull’autonomia dei lavora¬tori, e che perciò diffida delle scorciatoie demagogiche, come dell’imposizione autoritaria dall’alto di un socialismo elargito da una élite ristretta di rivoluzionari» (p. 17). Non di rado critico con Turati — troppo condiscendente di fronte a un possibile intervento nella Grande guerra e poco deciso nel reagire alla violenza fascista — Matteotti capì prima della grande maggioranza dei dirigenti della sinistra la pericolosità del fasci¬smo, «il carattere non episodico e temporaneo del suo insorgere, la volontà di schiacciare ogni altra forma di pensiero e di espressione, andando oltre quelli che erano stati i pre¬supposti, in nuce totalitari, dell’interventismo bellico rivolto all’eliminazione del “nemico interno” prima che degli eserciti avversi» (pp. 21-22). Per Caretti, nel secondo dopoguer¬ra, né il Psdi di Saragat né il Psi di Nenni hanno adeguatamente valorizzato il pensiero e le battaglie di Matteotti. I motivi di questi fraintendimenti, propri anche del Pci e per lo più strumentali, si legano alla guerra fredda e alle visioni diversamente «ideologiche» dei tre partiti della sinistra, capaci di ostacolare a lungo la valorizzazione dei suoi studi e del suo socialismo, comprensibile solo dopo un’attenta analisi del contenuto dei suoi tanti contributi. Colpiscono le considerazioni espresse nel 1908 sul rapporto fra tasse e buon fun¬zionamento della società. Ruberie e sprechi diffusi non possono giustificare l’odio verso lo Stato: «tutto ciò che noi gli sottraiamo, lo sottraiamo alla collettività intera; e le tasse che paghiamo allo Stato le paghiamo per aumentare il benessere di tutti, per aumentare i benefici» (pp. 51-53).