SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La fine dell’Impero ottomano

Giorgio Del Zanna

Bologna, il Mulino, 206 pp., € 13,00 2013

A lungo indicato come il grande malato della politica internazionale, nel 1923 l’Impero ottomano cessò di esistere. L’avevano preceduto, durante e immediatamente dopo la fine della Grande guerra, altri imperi multinazionali che, almeno apparentemente, parevano dotati di maggiori risorse e vitalità: quello zarista, quello austro-ungarico e addirittura il Reich guglielmino che aveva cercato di imporre la supremazia germanica sulla scena internazionale. L’ottimo lavoro di Giorgio Del Zanna con l’utilizzo della migliore bibliografia internazionale disponibile ricostruisce puntualmente gli ultimi decenni di vita dell’Impero che con la sua storia centenaria aveva decisamente influenzato lo sviluppo economico, sociale e politico di estese regioni del Sud-est dell’Europa, del Medio Oriente e dell’Africa del Nord. L’analisi condotta dall’a. sembra partire da un dato: la consapevolezza acquisita dalle classi dirigenti ottomane della grave crisi che, soprattutto dalla fine del XVIII secolo, aveva colpito l’Impero, che dopo aver arrestato la sua espansione territoriale mostrò di essere incapace di inserirsi in quella trasformazione che proprio tra la fine del ’700 e i primi dell’800 segnò un distacco crescente tra Europa e Asia. Tuttavia questa presa di coscienza e i tentativi compiuti per cercare di venire a capo dei problemi che attanagliavano l’organismo imperiale non furono sufficienti ad arrestare la decadenza. La disfatta patita contro la Russia, nel 1877-78, fu emblematica di una crisi che rischiava di amputare all’Impero i possedimenti europei. Del resto la nascita dei nuovi soggetti politici balcanici mossi da un nazionalismo intransigente, le mire delle potenze coloniali sulle province asiatiche e africane, i movimenti centripeti che in queste stesse regioni cominciavano a mettere in discussione il dominio del Sultano, erano fattori che, dopo il disastroso recente passato, non facevano presagire un agevole futuro. Questo è il punto centrale del volume: l’a. non si limita a ricostruire con precisione i fatti ma cerca di offrirci delle interpretazioni capaci di arricchire il dibattito storiografico sulla storia ottomana e le sue molteplici connessioni con gli avvenimenti europei e mediorientali. Del resto in questa temperie scaturì l’ultima stagione di riforme con la nascita e il consolidamento del movimento dei Giovani turchi. Eppure il golpe del 1908 e le istanze riformiste, modernizzatrici ma anche centralizzatrici, tese a superare il pluralismo imperiale, che i militari del Cup cercarono di immettere nella conduzione dello Stato, ebbero piuttosto l’effetto di accelerare la disintegrazione dell’Impero, in quanto le convulsioni interne furono interpretate dai vicini balcanici come un segnale di debolezza. Fu così che pochi anni dopo, giunta l’occasione diplomatica propizia con le guerre balcaniche del 1912-13, le potenze cristiane della regione espulsero il «turco» dall’Europa: era il prologo di una fine ormai inevitabile, ma anche l’inizio di una nuova fase, quella della Turchia kemalista epurata di consistenti comunità allogene e con un nuovo baricentro politico ed economico.


Alberto Basciani