SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Le radici dello sviluppo. Economia e società nella storia delle Marche contemporanee

Marco Moroni

Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 264 pp., € 30,00 2013

L’a. raccoglie nel volume saggi pubblicati negli ultimi anni e rielaborati come otto capitoli di un testo unitario. L’intento è quello di sottolineare l’importanza del passato nella storia di un territorio, quello marchigiano, alla ricerca dei suoi «caratteri originali», indispensabili per comprendere la natura del tumultuoso, se pure tardivo, passaggio dal primato dell’agricoltura a quello della manifattura che ne ha caratterizzato la storia nella seconda metà del secolo scorso, fornendo materia per la costruzione o la valorizzazione di modelli interpretativi assai noti (Nec, distretti industriali) e prospettando scenari storici, economici e geopolitici peculiari (area adriatica). Moroni tiene conto, a sua volta argomentando in materia con l’autorevolezza di chi ha dedicato a questi temi una vita di studi, dell’affinarsi di ipotesi interpretative che, inizialmente basate su un quasi meccanico passaggio dalla pluriattività mezzadrile all’imprenditoria industriale, pongono invece ora al centro la dimensione urbana e la sua articolazione sociale e professionale: il sistema dei centri medio-piccoli, infatti, in assenza di un grande polo attrattivo, ha caratterizzato nel tempo la regione e fornito energie all’innovativo sviluppo contemporaneo. Valutando l’importanza del passato, l’a. si sofferma su alcuni indicatori. In primo luogo, il «capitale umano», studiato nella dimensione aggregata della forza lavoro, ma anche tramite il dispiegarsi di alcune carriere imprenditoriali tra ’800 e ’900: Buffoni, Pigini, Guzzini, vale a dire trattura e commercio della seta, editoria e strumenti musicali, arredi e illuminazione. Si volge poi alle strategie messe in atto per realizzare quella sorta di «accumulazione originaria», non tutta ascrivibile al risparmio e all’industriosità contadina, che ha consentito il passaggio di cui si diceva sopra. L’emigrazione, innanzitutto, valutata non solo come riparo collettivo dalla miseria ma come sintomo di iniziativa individuale, e anche – è uno dei tratti originali del volume – la diffusione dell’istruzione tecnica (campo nel quale le Marche postunitarie detenevano un primato nazionale, formando quadri a lungo assorbiti dall’industria del Nord) e il grado di acculturazione degli imprenditori. Chiave del discorso è l’attenzione al territorio come «dimensione decisiva per lo sviluppo» (p. 255): in questo quadro, l’analisi collega società, politica (anche nel senso di propensione alla sociabilità e alla costruzione di reti di relazione), sviluppo economico, sempre nell’ottica dei casi concreti. Con ciò recuperando, al di là dei tecnicismi e delle generalizzazioni di cui talvolta la storia economica ama fare sfoggio, la natura essenzialmente empirica della ricerca storica e la sua naturale aspirazione alla complessità: questa lezione, e la persuasiva messa in discussione del paradigma ruralista nella lettura della storia regionale, ci sembrano le acquisizioni più feconde e importanti del volume.


Paola Magnarelli