SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Der Italienische Antisemitismus im Urteil des Nationalsozialismus 1922-1943

Kilian Bartikowski

Berlin, Metropol, 208 pp., € 22,00 2013

L’a. analizza la ricezione dell’antisemitismo fascista da parte del nazionalsocialismo tedesco, nell’arco temporale compreso tra il 1933 e il 1945. Si tratta di un tema scarsamente preso in esame, ma che ha conosciuto importanti anticipazioni in studiosi (soprattutto tedeschi), come Jens Petersen, cui Bartikowski aggiunge sia un importante tassello di ricerca, sia un’ampia ricognizione storiografica, passando al vaglio testi in lingua tedesca, italiana e inglese. Il tema è trattato con competenza e pone la questione se anche sul versante dell’antisemitismo il fascismo italiano sia stato per la Germania un punto di riferimento, o meno. Una posizione univoca non è ravvisabile negli esponenti del nazismo passati in rassegna da Bartikowski, il cui parere varia a seconda dell’arco cronologico di riferimento e dei milieux sociali e culturali di appartenenza, ma in generale può osservarsi insoddisfazione per sentimenti e misure antisemite sentiti come scarsamente radicali. Dalla salita al potere del nazismo e fino all’aggressione fascista dell’Abissinia si ravvisa una presa di distanza di Mussolini dall’antisemitismo, mentre con l’occupazione dell’Etiopia si percepisce la presenza di una svolta, che permette di osservare non solo una accentuazione dell’antisemitismo italiano, ma anche l’avvio di una collaborazione tra i due futuri partner dell’Asse nella questione razziale. Si giunge poi al 1938, con la stesura del Manifesto della razza e l’emanazione delle norme antisemite italiane, misure per la produzione delle quali non si manifestarono pressioni tedesche. I nazisti però percepirono le norme antiebraiche come deboli e comunque più pallide delle leggi di Norimberga, impressione che si accentuò a partire dal 1941, quando il subentrare della Shoah generò una frattura tra la «persecuzione dei diritti» ingaggiata dagli italiani e la «persecuzione delle vite» avviata dai tedeschi. Bartikowski analizza infine la cooperazione scientifica italo-tedesca sul versante delle questioni demografiche. Le inimicizie tra l’ala «mediterranea» e quella «ariana» del fascismo italiano e la sfiducia dei tedeschi nel partner dell’Asse, accusato di dilazionare ogni progetto di lavoro congiunto, fecero naufragare la possibilità di rendere duratura la collaborazione già nel ’39. Nel complesso l’a. fa propria l’acquisizione della storiografia italiana più recente secondo cui l’antisemitismo fascista non fu affatto blando, rompendo, con questa sua assunzione, clichés duri a morire anche in Germania. Tuttavia, il suo punto di vista appare profondamente «tedesco», nella misura in cui non considera «eguagliabili» l’antisemitismo nazista e fascista, poiché il termine di paragone finale tra i due fascismi rimane la Shoah. Sebbene Bartikowski sostenga che il 1938 italiano abbia inciso profondamente sul 1938 tedesco, radicalizzandolo, al di là delle valutazioni dei dirigenti nazionalsocialisti prima richiamati, non ne sviluppa però una analisi conseguente; così manca per esempio di osservare (e si tratta di uno studio che andrebbe svolto) in che modo l’esempio italiano si sia fattualmente riprodotto sulle norme antisemite tedesche.


Giovanna D’Amico