SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giovanni Amendola

Alfredo Capone

Roma, Salerno Editrice, presentazione di Giorgio Napolitano, 437 pp., € 24,00 2013

Fra i liberali della sua generazione – quella dei nati negli anni ’80 dell’800, formatisi nella stagione delle riviste e poi passati attraverso l’esperienza della Grande guerra – Giovanni Amendola era forse l’unico a possedere la personalità e le capacità politiche tipiche del leader nazionale. Anche per questo meritava, a quasi novant’anni dalla morte e a quasi cinquanta dall’uscita del libro a lui dedicato da Giampiero Carocci, una biografia non solo aggiornata e completa, come questa di Alfredo Capone, ma anche profondamente consentanea ai suoi ideali ispiratori e al suo credo politico. Capone dedica uno spazio relativamente ridotto, nei primi capitoli, alle vicende private e personali del giovane Amendola (vicende che spesso fanno pensare a qualche romanzo di formazione otto-novecentesco) e si dedica invece con molto scrupolo alla ricostruzione del suo itinerario intellettuale, precocemente segnato da una forte vocazione filosofica, ma anche da continue oscillazioni (fra idealismo e pragmatismo, misticismo e psicologismo) e da frequenti deviazioni nei territori dell’esoterismo e della teosofia. Oscillazioni, sbalzi caratteriali, rotture e ricomposizioni si ritrovano anche nella biografia più propriamente politica di Amendola, che occupa, com’è naturale, la parte più consistente del libro. Qui può accadere però che, nell’intento più che legittimo di valorizzare il personaggio e di difenderlo da giudizi critici formulati da storici di diversa formazione – da lui divisi, un po’ schematicamente, in «marxisti» (Carocci) e «revisionisti» (De Felice, Colarizi) – l’a. finisca col lasciare insoluti alcuni nodi problematici del percorso politico amendoliano, smussandone alcuni aspetti contraddittori. Restano poco chiare, ad esempio, le motivazioni che sorreggono il passaggio di Amendola dalla polemica nei confronti della classe dirigente liberale, tipica degli intellettuali di area «vociana», alla scelta di entrare nei ranghi di quella classe dirigente, dalle posizioni nazional-liberali dell’anteguerra alla democrazia riformista, che aveva in Nitti il suo principale riferimento. A dar conto di quel percorso non bastano né l’esperienza della guerra né l’impegno ostinato e coerente profuso nel dibattito sulla questione adriatica. Quanto al giudizio sul fascismo, che Amendola formulò precocemente e lucidamente (a lui si deve fra l’altro l’invenzione del termine «totalitarismo») e che sempre mantenne fermo a rischio dell’incolumità personale, non sempre esso fu seguito da comportamenti conseguenti: le astensioni sulla fiducia al governo Mussolini e poi su uno dei passaggi chiave della legge Acerbo non furono certo dettate dalla paura, ma furono nondimeno il frutto di calcoli sbagliati. Così come mal riposte si sarebbero rivelate le speranze nell’efficacia operativa della secessione aventiniana. Definire la strategia amendoliana «vicinissima alla vittoria» (come fa Capone in riferimento alla situazione del dicembre 1924), mi sembra azzardato. Giusto, invece, sottolinearne il valore di testimonianza politica, oltre che di imprescindibile scelta etica.


Giovanni Sabbatucci