SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La scuola degli italiani

Adolfo Scotto di Luzio

Bologna, il Mulino, 423 pp., Euro 25,00 2007

Mi trovo nella singolare posizione di voler dire bene di un libro che ho sinceramente apprezzato, ma del quale - sul piano interpretativo di merito - non condivido molto. L'ho ammirato perché si tratta di un libro intelligente (pur con qualche ermetismo) e coraggioso (con qualche temerarietà). È poi scritto benissimo, pur con una certa adiposità, forse indice di fatica interpretativa (per esempio nelle pagine su Gonella). Del resto si tratta di un lavoro spiccatamente «letterario» e il frequente ricorso a un linguaggio da sociologo della cultura non deve ingannare (non è quello il suo registro metodologico).Si articola in tre parti che sembrerebbero corrispondere, all'ingrosso, ciascuna ad un cinquantennio: dal 1848 a fine '800; la prima metà del '900; la seconda metà. Il diverso peso delle tre parti (rispettivamente di 100, 200, 40 pagine) ci dice già che non siamo di fronte ad una ricostruzione complessiva e di sintesi della storia della scuola italiana. Troppe cose mancherebbero altrimenti: l'illustrazione ordinata dell'evoluzione degli ordinamenti; quadri statistici continui e omogenei; politiche scolastiche di governi e ministri; scuole dell'infanzia; scuole normali e formazione dei maestri; Gabelli e Baccelli; Giolitti e Orlando; Croce e Sturzo; le Agazzi e la Montessori; Washburne e Biggini; Ciari e Malaguzzi; il tempo pieno e le 150 ore; ecc.Per capire cos'è questo libro, il titolo andrebbe precisato così: la scuola degli italiani dal punto di vista della riforma Gentile (intesa come primato della selezione e dell'istruzione classica). Vi sono perciò due processi storici che scorrono parallelamente e sono in biunivoca tensione: le vicende della scuola italiana, come premessa, svolgimento, crisi e distruzione della riforma Gentile, ma, insomma, come divergenza dalla riforma Gentile; e una sinottica storia controfattuale di come tali vicende avrebbero potuto meglio svolgersi se fossero state in convergenza con la riforma Gentile. Una sorta di stimolante e provocatoria pedagogia comparata, fondata su un paragone ellittico. Il libro perciò con ostentazione di autosufficienza ermeneutica (giustificata, dato il taglio così compattamente interpretativo) non tiene quasi conto degli storici della scuola e dei loro libri.In fin dei conti l'avvincente intelligenza che traspare dal libro, la scaltrita e brillante maestria della composizione narrativa e perfino la bellezza letteraria di molte pagine derivano dal fatto che non siamo di fronte a un libro di storia, ma (gentilianamente) di filosofia della storia della scuola. E i nessi reali con la minuta, empirica, contraddittoria realtà storica nel suo complesso non sono evidenti, perché in effetti non ci sono, se non come rimandi interni dell'impianto retorico e del relativo organamento testuale. E l'a., per usare le sue parole, «prim'ancora degli affanni di un laureato in filosofia, esibisce i segni della bravura dello scrittore che prende ironicamente le distanze dalla realtà» (p. 154).


Fulvio De Giorgi