SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La guerra, il nemico, l'amico, il partigiano: Ernst Jünger e Carl Schmitt

Alberto Predieri

La Nuova Italia, Firenze 1999

Nel 1999, anno del conflitto Nato-serbo per il controllo del Kossovo, che in molti hanno definito "costituente" del post-bipolarismo, non è mancata nel dibattito internazionale (storiografico, intellettuale, o civile) qualche riflessione "alta" sulla guerra, e sul suo spazio nella storia del Novecento. In Italia, voci simili sono state assai tardive, o troppo tecniche, o sommesse. In tale quadro, sarebbe un errore trascurare l'ampia riflessione dell'a., che si è espressa in Carl Schmitt: un nazista senza coraggio (Firenze, La Nuova Italia, 1999) e nel volume che qui si segnala, di maggiore interesse per lo storico generale del Novecento. Ambedue i volumi - al fondo - sono centrati sulla domanda: cos'è stata la guerra in questo secolo? Il volume, che tiene conto in nota di un'ampia bibliografia di storia politica e di storia militare, rimane prevalentemente di storia delle idee. "Costituenti" del secolo sono viste le due guerre mondiali, "lette" la prima attraverso il prisma di Jünger e della sua guerra moderna e "totale", e la seconda attraverso quello di Schmitt e della sua teoria di irriducibile opposizione fra amico e nemico, nonché della sua "teoria del partigiano". Se l'analisi delle opere dei due autori è equamente ripartita nel volume, i toni (e le passioni dell'a.) salgono nell'esame di Schmitt, della seconda guerra mondiale, della Resistenza e della guerra partigiana. Il valore della guerra dei movimenti di resistenza viene anzi ad acquisire un carattere emblematico: di mobilitazione della società civile, di suo "imbarbarimento" ma anche di impegno delle coscienze, etico e politico al tempo stesso. Certezza di fondo è che la Resistenza, italiana in particolare, abbia costituito l'espressione massima dell'impegno ma abbia prodotto anche il massimo del compromesso possibile fra le parti (politiche, sociali) della "guerra civile" in corso. La rivendicazione di quell'equilibrato compromesso erode le basi di legittimazione per la zona grigia, allora e oggi. Non sfuggono all'a. le recenti e revisionistiche rivalutazioni dell'attendismo e della società civile "presa in mezzo" (nel caso italiano) fra partigiani e nazifascisti. Egli ammette persino un fondamento al fenogliano "orgoglio di essere vili". Ma al tempo stesso, in una guerra "matrice condizionante" del secolo e di cui la mobilitazione delle coscienze fu un elemento imprescindibile, l'a. denuncia l'"attendismo pavido e interessato" di allora (e gli storici dell'oggi "eredi del paese attendista"). Si tratta insomma di un'opera complessa, della quale l'a. si scusa per i suoi "limiti [...] di essere cresciuta troppo, di non essere redatta da uno specialista": e che invece, sia pure in una personalissima sintesi, ha il merito di parlare con toni alti della guerra (e della guerra di resistenza).


Nicola Labanca