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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Declino e crollo della Monarchia in Italia. I Savoia dall'Unità al referendum del 2 giugno 1946

Aldo A. Mola

Milano, Mondadori, 406 pp., euro 18,50 2006

Libro composito, mal assortito e dalle tesi discutibili questo di Aldo A. Mola. Intanto comincia dalla fine. Cioè dal referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, che segnò la vittoria della Repubblica, per poi risalire dal IV capitolo in poi alla storia precedente della monarchia italiana. Ora mentre i capitoli dal IV al IX sono una difesa d'ufficio retrospettiva dei Savoia, i primi tre permettono almeno di fare il punto su vecchie polemiche. Notoriamente chi contestò la vittoria repubblicana usò fondamentalmente due argomenti: 1) massicci brogli a favore della Repubblica e inattendibilità dei riscontri operati dalla Cassazione; 2) illegittimità dell'assunzione provvisoria dei poteri di capo dello Stato da De Gasperi (dopo la prima proclamazione non definitiva dei risultati da parte della Cassazione). Mola ha il merito di smontare il primo argomento, su cui ha insistito la peggiore pubblicistica filomonarchica (Malnati, Perfetti, Bottone, ecc.): brogli ci furono e furono molti, ma nulla dimostra che li fecero solo i repubblicani; «la documentazione non conduce a negare che la repubblica abbia ottenuto più voti della monarchia» (p. 31). La «grande frode» di Malnati è una «grande frottola». Quanto al ruolo della Corte di Cassazione, essa fra il 10 e il 18 giugno, svolse un lavoro improbo. Mola riconosce «la correttezza formale della condotta seguita dalla Corte, senza intralci da parte del governo» (p. 120), eppure, a suo dire, «il referendum fu nullo, sicché avrebbe dovuto essere ripetuto» (p. 120), perché «alla Corte suprema non furono forniti dati attendibili». Mola ha controllato molti verbali, in cui ha riscontrato difetti di tutti i tipi, ma a nostro avviso niente che dimostri irregolarità maggiori di qualsiasi altra consultazione elettorale. Quanto al secondo problema Mola definisce «colpo di stato» (p. 128) l'assunzione dei poteri di capo dello Stato da parte di De Gasperi prima della dichiarazione definitiva della Cassazione (decisione che spinse Umberto all'esilio); ma dice così perché da una parte minimizza il fatto che «il comando alleato accettava il trasferimento provvisorio dei poteri» (p. 87), dall'altra ignora completamente gli argomenti di parte repubblicana (suffragati dai pareri di giuristi come Bracci, Petrilli, Sorrentino, Ruini, ascoltato anche da Umberto, insieme a Orlando e Visconti Venosta), per cui il trasferimento era «provvisorio»; se la Cassazione in seconda adunanza avesse rovesciato i dati, la monarchia (più che Umberto) riavrebbe avuto tutti i suoi diritti. De Gasperi ricordò con forza a Umberto che non poteva far finta che il 10 giugno non fosse accaduto nulla; il passaggio di poteri era «automatico», anche se provvisorio. La sesquipedalica accusa di «colpo di stato» è corriva con gli argomenti di sempre degli sconfitti, senza offrire argomenti nuovi davvero convincenti.


Fabio Vander