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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il Senato del Regno dal 1922 al 1946. La Camera alta, il fascismo e il postfascismo

Aldo Pezzana

Introduzione di Aldo A. Mola, Foggia, Bastogi, 222 pp., euro 15,00 2006

Ricco di informazioni e di nozioni questo volume riprende ed allarga la prospettiva di una precedente pubblicazione sull'epurazione del Senato regio, che resta al centro delle preoccupazioni dell'autore, già presidente del Consiglio di Stato. Da questo punto di vista non manca di assumere talora i toni della requisitoria, nel senso del puntiglioso esame della coerenza giuridica dei provvedimenti che si susseguono dopo l'8 settembre 1943, secondo una prospettiva nazional-monarchica. Espressione massima della «diarchia» istituzionale che caratterizza il periodo fascista, «in tutto il ventennio il Senato fu un santuario che il regime rispettò sempre» (p. 40), tanto che «la dignità senatoria non venne colpita dalle leggi razziali, sicché la decina di senatori israeliti allora in carica rimase al suo posto». Del ventennio fascista viene sottolineato il dato periodizzante della riforma del regolamento approvata il 21 dicembre 1938, entrata in vigore nel 1939, che di fatto comporta il completo controllo della Camera alta, contestualmente alla trasformazione della Camera dei Deputati nella non più elettiva Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Il fascismo repubblicano coerentemente lo soppresse, il 28 settembre 1943 (d.l. 29 settembre 1943, n. 263). Sotto l'egida del governo legittimo dopo la «catastrofe dell'8 settembre [?] il Senato come corpo politico non poteva costituzionalmente funzionare». Ma la critica di Pezzana si appunta sulle disposizioni che colpiscono il Senato ed in particolare l'epurazione indiscriminata, a partire dal d.l.l. 27 luglio 1944, n. 159 (pp. 166 ss.), che apre la strada ad una serie di ricorsi in Cassazione pressoché tutti accolti, fino al 26 ottobre 1948, salvo quelli della dozzina di senatori che avevano aderito alla Repubblica sociale. Scopriamo così alcuni elementi molto concreti della dignità senatoria, come l'indennità e soprattutto il «permanente ferroviario» e le vicende poco note dei tre senatori albanesi in carica nel 1944. Utili da questo punto di vista da ricordare la lista in appendice e le pagine dedicate all'attività del Senato come alta corte di giustizia (338 pronunzie in poco meno di un secolo): in questo senso essa continua, sia pure in commissione, anche dopo l'abolizione decretata con d.l. 24 giugno 1946. Retto da un commissario, il consigliere di Stato Montagna, continua di fatto a lavorare fino alla soppressione avvenuta con l.cost. 3 novembre 1947, n. 3. D'altra parte Pezzana ricorda che quello italiano è il primo caso di una monarchia che rimette le sue sorti ad un voto popolare: coerentemente peraltro con il dato dei plebisciti e l'origine «rivoluzionaria» dell'Unità, «ripudiata da Vittorio Emanuele II e da Cavour la soluzione confederale prevista dalla pace di Zurigo del 1859» (p. 153).


Francesco Bonini