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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia della politica internazionale (1917-1957). Dalla Rivoluzione d'ottobre ai Trattati di Roma

Alessandro Duce

Roma, Studium, 676 pp., Euro 43,00 2009

La principale novità proposta dal manuale di Duce è la scelta cronologica. Tra il ?17 e il ?57 sono stati profusi gli sforzi maggiori per la ricerca, per lo più violenta, di un nuovo ordine globale. L'opera è suddivisa in dieci capitoli che ripercorrono il tentativo di raggiungere un equilibrio stabile del sistema internazionale. L'a. si sofferma anche su variabili interne in grado di spiegare meglio di quelle internazionali le scelte di politica estera. Il volume ha inoltre il pregio di conferire un peso rilevante a molti degli attori extraeuropei. Nella prima parte (cap.I-III), tuttavia, è possibile riscontrare dei limiti all'impostazione generale del lavoro. Anzitutto, i principali cambiamenti sistemici sono letti prevalentemente attraverso l'ottica sovietica. Con la conseguenza che anche i trattati di Locarno sono considerati un «momento di grave tensione» internazionale (p. 62). Inoltre, la trattazione dell'attore statunitense presenta vari passaggi critici. L'entrata in guerra degli Usa sembra essere dettata quasi esclusivamente dall'internazionalismo wilsoniano, mentre la ricostruzione del dibattito interno dopo la guerra sull'isolazionismo non è chiara. Duce sostiene che «il radicamento dei convincimenti isolazionisti», esacerbato dalla crisi, crollerà solo con le azioni militari del '41, una lettura, questa, quantomeno parziale, che non tiene conto di molte altre cause sia della svolta isolazionista sia della sua breve durata.La seconda parte (cap.IV-VI) presenta i pregi e i limiti della prima. L'enfasi posta sui teatri extraeuropei è grande. Problematica è, invece, la definizione del «sistema Yalta-Potsdam», il quale avrebbe prodotto e garantito «la distensione, la coesistenza pacifica e la solidarietà internazionale» (p. 370). Secondo quest'ipotesi «a Yalta e Potsdam» tutte le Grandi potenze avrebbero attribuito alla costruzione della pace «un ruolo primario» (p. 321). In realtà, per quanto ci si sforzi ad immaginare l'assetto politico globale del secondo dopoguerra pacifico e solidale, resta il fatto che Yalta e Potsdam hanno rappresentato l'avvio della spartizione del mondo in aree di influenza e di dominio. Infine, nell'ultima parte (cap.VII-X) permane una visione utopica delle relazioni internazionali della guerra fredda. Nel ?54 Mosca perseguirebbe «una politica di pace per l'unificazione di una Germania pacifica e democratica» (p. 460); la destalinizzazione sarebbe un successo per il semplice fatto di aver impedito il sorgere «di un nuovo despota». Non sono analizzate con cura, invece, le ripercussioni che i fatti d'Ungheria hanno sui sistemi politici europei. Scarsa attenzione è prestata alle armi nucleari, all'evoluzione di un'area rilevante come il Medioriente e a fenomeni come la decolonizzazione e il terzomondismo. La conclusione che la guerra fredda rappresenti solo «la fase più delicata ed iniziale di una collaborazione» tra le potenze (p. 627), culminata con la costruzione dell'equilibrio garantito dall'Onu, appare irrealistica.


Dario Fazzi