SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I popoli del Gulag. Strategia etnica del regime stalinista,

Alessio Trovato

Roma, Prospettivaeditrice, 235 pp., euro 12,00 2008

È assai probabile che il relatore che ha seguito la tesi di laurea di Alessio Trovato ne sia rimasto soddisfatto. Né vi sarebbero stati motivi per non esserlo: Trovato ha lavorato a lungo nelle biblioteche di Riga e Mosca, ricostruendo il modo in cui negli anni della seconda guerra mondiale, e poi anche in seguito, la politica delle deportazioni di massa decisa dal Cremlino colpì le popolazioni delle tre Repubbliche baltiche, Lettonia, Lituania, Estonia, interi popoli come i tatari di Crimea, i ceceni e gli ingusci, e ancora gruppi etnici minori come i coreani dell’Estremo Oriente o i tedeschi del Volga. Un lavoro di tesi corredato da un appendice di documenti provenienti dagli archivi di Mosca e da una carta del Gulag contenente una sintetica descrizione dei campi, elementi che dimostrano un impegno più che lodevole. Ma non vi è dubbio che questa tesi tale sarebbe dovuta rimanere. Assistiamo perplessi a un fenomeno italiano riassumibile nella compulsiva ambizione a pubblicare, un fenomeno che attanaglia non solo il mondo dello spettacolo e dello sport, ma anche la sfera scientifica, accademica e più in generale intellettuale. In un clima del genere non desta perciò meraviglia che la tentazione di vedere il proprio nome stampato sulla copertina di un libro possa assalirci da un momento all’altro. Ed è una tentazione a cui di recente alcuni giovani laureati cedono, incentivati anche da case editrici improvvisate.Come volume di storia, il lavoro di Trovato lascia infatti molto a desiderare. Si nota in particolare l’assenza completa di note, una bibliografia scarsa, peraltro molto datata, in cui manca anche solo un minimo riferimento a opere fondamentali uscite dopo l’apertura degli archivi ex sovietici, in Russia, in Italia, in euro pa e negli Stati Uniti sulla politica e il terrore staliniano, sul Gulag e sulle deportazioni (neppure un riferimento, solo per fare un esempio, alle opere dello studioso russo Pavel Poljan, considerato uno dei massimi esperti in Russia delle politiche di deportazione del regime staliniano). Emerge poi la mancanza di un’analisi più approfondita delle ragioni sottese all’uso del terrore come pratica di governo, che consenta al lettore una comprensione più ampia del quadro generale in cui si collocarono le operazioni di deportazione prese in considerazione; affiora una troppo rigida separazione tra una descrittiva ricostruzione degli eventi e l’appendice documentaria, come se non fossero proprio i documenti ad aiutare passo dopo passo lo storico a ricostruire la ragnatela degli eventi per poi narrarli; abbonda l’uso improprio di termini inesistenti nel mondo concentrazionario sovietico, come quello di «campo di sterminio»; colpisce negativamente la sciatteria nella traslitterazione dei nomi russi. Tutti elementi, per concludere, tali da inficiare il valore dell’opera e mettere in evidenza la fragilità del tentativo, tutto commerciale, di trasformare un lavoro di tesi in una velleità editoriale e saggistica.


Elena Dundovich