SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Karl Polanyi

Alfredo Salsano (a cura di)

Milano, Bruno Mondadori, pp. 281, euro 15,50 2003

Alfredo Salsano ripubblica una decina di brevi saggi sull'opera di Karl Polanyi, scritti fra gli anni Settanta e Ottanta da alcuni studiosi francesi e angloamericani. Ad essi, Salsano premette una corposa e acuta biografia dell'intellettuale ungherese, la quale ? di un volume meritevole peraltro di essere letto nella sua interezza ? costituisce la parte forse più interessante e, per ovvi motivi, la più aggiornata. Ripensare Polanyi nel pieno di una economia globale disembedded e delle discussioni che essa si attira in gran numero, è senza dubbio istruttivo. Sebbene la ?grande trasformazione? appaia a molti naufragata nel trend liberista dell'ultimo trentennio, resta il fatto che la radicale storicizzazione che Polanyi fa del mercato, la sua complessa critica etico-politica dell'individualismo liberale, la fede quasi dogmatica nella società (a questo mondo, scrive nel 1925, solo la società e la morte sono ?inevitabili?) forniscono griglie concettuali e riferimenti interpretativi ancor oggi preziosi. A dispetto dell'obsolescenza di quella prognosi formulata (a caldo) nel 1944, i grandi crucci culturali ed esistenziali dell'autore di Traffici e mercati ? dal rapporto tra la politica e l'economia al tema della ?terza via? ? restano materia di discussioni tutt'altro che sopite. Al tempo stesso, rileggendo i momenti topici di una ricca biografia intellettuale, colpisce fino a qual punto essa vada storicizzata. Curioso, irrequieto, disponibile, Polanyi appare tuttavia legato mani e piedi ? talvolta incatenato ? al proprio contesto epocale. La sua opera si spiega attraverso i molti fili di una tela che parte dai circoli radicali della Budapest di inizio Novecento, attraversa il trauma della guerra, mette radici in una Vienna che sperimenta il welfare municipale, sbarca nella Londra fabiana e laburista di G.D.H. Cole e Richard Tawney, soffre l'abisso politico e morale del fascismo europeo. E infine approda, prima intellettualmente e poi fisicamente, negli Stati Uniti di Roosevelt: la Grande trasformazione, dirà in seguito Polanyi, aveva inteso essere una sorta di supporto filosofico del New Deal. Ebbene, del drammatico primo Novecento, lo scienziato sociale magiaro assorbe ad egual titolo le onde lunghe, le intelligenze migliori, gli umori contingenti, le illusioni, le infatuazioni. Ne è testimonianza quella fiducia nell'URSS, che lo farà plaudire entusiasta alla Costituzione di Stalin del 1936 (?gigantesco processo di democratizzazione?) e che lo indurrà ? perfino ? a difendere la correttezza giuridica di un'inquisizione moscovita di cui è rimasta vittima sua nipote Eva Zeisel. Con annessa confessione e tentato suicidio. Un atteggiamento che è fin troppo facile giudicare oggi, quando i grovigli del terribile gomitolo sono stati dipanati. Dopo tutto, nell'aderenza di Polanyi ai propri tempi, così intensa da risultarci certe volte incomprensibile, anzi deludente, stanno non soltanto i limiti ? la caducità ? della sua opera ma anche quella forza analitica e quella capacità di innovazione metodica, che storici e antropologi tuttora apprezzano e utilizzano.


Paolo Macry