SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Ina Casa Tuscolano. Biografia di un quartiere romano

Alice Sotgia

Milano, FrancoAngeli, 183 pp., € 21,00 2010

La ricerca di Sotgia appartiene a un filone di studi storici che assume a riferimento la dimensione del quartiere. Fiorito in Francia alla fine degli anni '80, questo filone vede in Italia il suo sviluppo nel laboratorio di storia urbana costruito da Lidia Piccioni intorno al caso romano. In queste ricerche il potenziale euristico della categoria di «spazio» è esplorato attraverso un dialogo fertile col mondo disciplinare dell'urbanistica e dell'architettura. Caratteristica comune è il ricorso a fonti orali che accompagna l'uso di quelle archivistiche. Il riferimento a pratiche, immaginari e percezioni dello spazio è spesso utile a scardinare letture legate a prospettive più tradizionali costruite, ad esempio, intorno al concetto di classe, mettendo in luce elementi di dinamismo, aree di contiguità o commistione sociale, dinamiche della mobilità. A dimostrare quanto sbagliato sarebbe ridurre la storia delle comunità locali nell'ambito esclusivo della storia urbana, non è Roma lo sfondo del ragionamento che l'a. sviluppa intorno all'esperienza dell'Ina Casa Tusculano: è l'Italia del secondo dopoguerra, infatti, la vera protagonista del racconto che Sotgia articola intorno ai ricordi degli abitanti, ma anche alle voci di quella giovane burocrazia di matrice fanfaniana che fu protagonista del progetto culturale e riformista dei «professorini». Guardati con sospetto dalle istituzioni cattoliche, cui sottraevano compiti e ruoli sul territorio, i funzionari e gli assistenti sociali dell'Eggs (l'Ente gestione servizio sociale che assorbe l'Onarmo «affrancando» il servizio dall'azione cattolica), impegnati a costruire più che spazi urbani vere e proprie comunità, furono il tramite efficace di un energico sforzo di educazione delle classi popolari che non mancò di dar vita sul territorio ad aree di dialogo reale fra il Pci e la sinistra Dc. Può così accadere che il centro sociale Tusculano sia il luogo in cui il vecchio architetto Libera, autore di due complessi abitativi, misuri nel confronto con gli abitanti il fallimento della sua colta utopia. Dal centro «passano» fra gli altri Ludovico Quaroni, Goffredo Fofi, Pierpaolo Pasolini, Mario Schifano, Renato Mambor. Nella complessa geografia del welfare tusculano entrano anche l'asilo montessoriano e la scuola 725 di don Roberto Sardelli. Va dato atto a Sotgia di narrare questa storia senza celebrazioni, malgrado gli accenti mitici che a tratti tingono le memorie degli intervistati. Che l'esito di tanto, e sincero, impegno per la crescita culturale fosse, infine, la capillare diffusione di un immaginario piccolo borghese, dal sogno della casa di proprietà alla cultura del «salotto buono», dà conto della lucidità con cui l'esperienza Ina Casa fu costruita in modo strategico, funzionale a un preciso progetto politico. Le indagini condotte periodicamente dall'ente, efficacemente citate dall'a., forniscono così il ritratto vivido di una società che, rinnegato il passato rurale e comunitario che una certa architettura nostalgica vorrebbe far rivivere (il patio, i lavatoi comuni), si scolarizza, si motorizza, si emancipa e s'immerge nel magma metropolitano seguendo il sogno di un benessere possibile.


Melania Nucifora