SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'esercito italiano in Slovenia 1941-1943. Strategie di repressione antipartigiana

Amedeo Osti Guerrazzi

Roma, Viella, 166 pp., Euro 22,00 2011

Edito grazie all'interesse e all'impegno dell'Istituto storico germanico di Roma, il volume analizza le strategie di repressione antipartigiana adottate dagli italiani in Slovenia in seguito all'annessione della provincia di Lubiana nel 1941. L'a. si muove nel solco della tradizione storiografica inaugurata da Enzo Collotti, adottando come schema interpretativo quello del Nuovo ordine mediterraneo ideato da Davide Rodogno e affidandosi alle ricerche condotte da Tone Ferenc e Teodoro Sala. L'ampio utilizzo di documenti d'archivio militari e diplomatici rappresenta il valore aggiunto di questa ricerca, anche se limitato dalla provenienza esclusivamente italiana di tali fonti. L'atteggiamento assunto dalla popolazione slovena, il ruolo della resistenza e della galassia collaborazionista restano sullo sfondo, mentre le strategie di controllo del territorio, le forme della repressione e le sue logiche interne, che sono il tema del volume, sono ben evidenziate e aggiungono un importante tassello alla conoscenza storica di questo contesto di guerra. Nello scenario della «guerra parallela» italiana, la Slovenia appare una pedina marginale ma anche significativa per una serie di ragioni: la vicinanza geografica, la conflittualità nazionale, lo scontro antibolscevico. Qui i vertici politici e militari italiani mettono in campo ogni sforzo per controllare il territorio e sottomettere la popolazione, con risultati deludenti. Il conflitto tra autorità civili e militari raggiunge livelli di vera e propria esasperazione, mentre la repressione si scatena con estrema violenza, provocando migliaia di morti e di deportati, soprattutto tra la popolazione civile. Con lucidità il volume si sofferma sulle presunte violenze commesse dai partigiani ai danni dei soldati italiani, mai documentate, e sui numerosi e verificati casi di saccheggi, deportazioni e fucilazioni da parte delle truppe italiane. L'a. cerca di operare alcune difficili ma significative distinzioni: fra violenza «calda» - che sarebbe imputabile alle difficoltà incontrate sul terreno dai soldati italiani - e «fredda», cioè studiata a tavolino dalle alte gerarchie militari; tra azioni percepite come legali in quanto ammesse dalle convenzioni internazionali (quali le fucilazioni dei «franchi tiratori»), e crimini teoricamente puniti dallo stesso codice militare italiano, come furti, saccheggi, violenze sessuali. Il risultato di tali raffronti mette in rilievo la politica terrorista adottata dalle autorità militari in Slovenia, che va spesso oltre le disposizioni della famosa circolare 3C ed è in parte imputabile al carattere brutale del comandante, il generale Mario Robotti, autore della nota postilla «si ammazza troppo poco!». Le leggende sulle violenze commesse dai partigiani jugoslavi e sul corretto comportamento delle truppe italiane, ossessivamente riproposte dalla propaganda e dalla memorialistica durante e dopo il conflitto, hanno ancora ampia diffusione. Ben vengano dunque altre ricerche come questa, serie e documentate, che vadano a ricostruire una verità storica martoriata quanto le terre occupate dal nostro esercito negli anni del fascismo.


Eric Gobetti