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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La vittoria smarrita. Legittimità e rappresentazioni della Grande Guerra nella crisi del sistema liberale (1919-1924)

Andrea Baravelli

Roma, Carocci, 231 pp., euro 18,10 2006

Frutto della rielaborazione della tesi di dottorato e di indagini condotte tra Italia e Francia, il volume offre un'importante rilettura del primo dopoguerra in Italia, sullo sfondo di una crisi europea che nei diversi Stati trovò soluzioni diverse a problemi politici e processi sociali per vari aspetti simili.Il caso particolare di un paese uscito vittorioso dalla Grande guerra e che in un tempo relativamente breve avrebbe visto crollare il proprio sistema politico è stato oggetto di innumerevoli ricerche e dibattiti che, a più riprese e in stagioni diverse, hanno cercato di comprendere le ragioni della fine dell'Italia liberale e dell'ascesa fascista, di capire il rapporto di continuità e fratture tra guerra e dopoguerra. Un rapporto complesso, che qui si analizza con strumenti nuovi e chiavi interpretative originali, centrando l'attenzione sulla retorica politica, i linguaggi, le diverse capacità di appropriazione e uso pubblico di quello che allora era un passato assai prossimo, ineludibile per ogni progetto rivolto al futuro. Partendo dal presupposto che per governare era necessario acquisire una legittimità politica basata sulla celebrazione della guerra e sulle lezioni da trarre dal conflitto, l'autore centra l'attenzione sui motivi che impedirono alle vecchie élite l'uso di una risorsa retorica e politica tanto importante che poteva stabilizzare il sistema, a differenza di ciò che invece avvenne in Francia e Regno Unito.Orlando, il «presidente della Vittoria» che aveva guidato il paese dopo la rotta di Caporetto, era l'unico uomo politico ? più che Salandra ? che avrebbe potuto indossare le vesti di «un Clemenceau italiano» (p. 116). Ma Orlando «era stanco», e il suo «suicidio politico» ? cui fece seguito la formazione del primo governo Nitti ?, sembra quasi simboleggiare l'incapacità della classe dirigente di capitalizzare le risorse retoriche della «guerra vittoriosa» ai fini dellapropria legittimazione.La prima parte del volume è dedicata all'analisi delle campagne elettorali legislative del 1919, 1921 e 1924, all'uso politico della guerra nei discorsi, nei programmi e nei simboli dei candidati. Nella seconda l'attenzione si concentra sulla «guerra in Parlamento», attraverso lo studio delle frequenze con cui alcuni termini ricorrono nei discorsi della Corona e in quelli programmatici dei nuovi governi, oltre all'analisi dell'attività degli ex combattenti e del loro ruolo in un Parlamento che fallì nel tentativo di ergersi a centro simbolico della nazione uscita dal conflitto. Così come nel 1915 solo dopo una sorta di colpo di Stato si era riusciti a far vincere le ragioni del fronte interventista e trascinare il paese in guerra, all'indomani della pace vittoriosa fu solo dopo la marcia su Roma e le elezioni del 1924 che nel Parlamento e sulla scena pubblica si riuscì a imporre una liturgia unitaria e una retorica dominante capaci di celebrare la vittoria. Ma la solennità delle cerimonie, «che sembrava aver restituito il perduto decoro al Parlamento», non ne ripristinava il prestigio ma «era funzionale a un suo ulteriore asservimento» (p. 109).


Roberto Bianchi