SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Recovery and Development in the European Periphery (1945-1960)

Andrea Bonoldi, Andrea Leonardi (a cura di)

Bologna-Berlin, il Mulino-Duncker & Humblot, 394 pp., Euro 27,00 2009

Il libro presenta i frutti di un convegno, svoltosi a Trento nel dicembre 2007, sul passaggio di una regione alpina a lungo «periferica» ad una condizione di sviluppo. In realtà, i curatori hanno espanso il tema originario al problema generale della «periferia» in tutta l'Europa. L'allargamento spaziale è importante, sebbene l'assenza di un impianto teorico su cosa sia «marginalità» (rilevata da Cova nelle sue conclusioni) lasci emergere l'eterogeneità degli oggetti di analisi. I mutamenti qualitativi del rapporto centro-periferia nel secondo dopoguerra divengono allora secondari e si disperdono nel problema generale delle periferie europee. La periferia viene definita da bassi livelli di reddito e produttività, e risulta l'anomalia da spiegare rispetto al percorso naturale segnato dai first comers. Viceversa, la convergenza registrata tra i paesi dell'Europa occidentale e gli Stati Uniti dal 1945 al 1970 circa appare come il prodotto naturale di un processo di scambio tecnologico e commerciale, prodotto di una tendenza endogena.A Vera Zamagni, in un limpido saggio introduttivo, spetta il compito di insistere sul ruolo delle istituzioni nello sviluppo, sottolineando che la cosiddetta età d'oro del capitalismo non può essere intesa dentro il paradigma della crescita endogena, e che la cooperazione internazionale postbellica costituisce un fattore cruciale nell'innescare il processo di convergenza tra Europa occidentale e Stati Uniti che sembrava completato alla fine della guerra fredda. Sulla linea di ragionamento opposta e tutta endogena si situa specialmente il saggio di Csillik e Tarjan, che prova a costruire un ambizioso modello comparativo della crescita delle economie di mercato rispetto a quelle pianificate (1945-70); l'impianto non persuade, postulando un unico tipo di «capitale», di «ricostruzione» e un uniforme moltiplicatore a Est e a Ovest; e sorprende la certezza con cui si avanzano ipotesi monocausali.I numerosi contributi variano tra una spiegazione delle periferie come dato spaziale, prodotte o da risposte territoriali diverse ad un medesimo impulso modernizzatore (Bonoldi) o da caratteristiche fisiche del territorio che favoriscono una agricoltura scarsamente produttiva per il caso della Spagna rurale (Collantes). Oppure la considerano come dato socio-economico, per esempio legato al sistema del credito ritenuto essenziale nel decollo di aree marginali in un territorio «centrale» come la Lombardia (Leonardi, Bonoldi, Goglio).La periferia si allarga, dalla Spagna franchista tra il 1937 e il 1975, all'Austria occupata (Mathis), alla Baviera durante il piano Marshall (Rieder), alla questione meridionale in cui la sconfitta dell'intervento straordinario lascia inevasi i problemi della crescita alleviata piuttosto dall'emigrazione (Ritrovato), alla Jugoslavia (Bicanic), alla Polonia e all'Ungheria socialiste. Stimolanti per il lettore italiano i contributi sull'Europa socialista e gli errori delle politiche di investimento, ben spiegati nel caso polacco (Surdej) e jugoslavo. Ne emergono elementi utili per un esame comparativo delle «periferie» anche dentro l'Europa socialista.


Carlo Spagnolo