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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il naso rotto di Paolo Veronese. Anarchismo e conflittualità sociale a Verona (1867-1928)

Andrea Dilemmi

Pisa, Biblioteca Franco Serantini, 288 pp., euro 20,00 2006

Attraverso l'analisi delle biografie dei circa 200 anarchici nati o residenti a Verona schedati nel Casellario politico centrale ? circa il 10 per cento di tutti i veronesi, di ogni colore politico nel periodo esaminato ?, come del reticolo di contatti e scambi tra queste persone, nate tra il 1881 e il 1920, l'autore ricostruisce la parabola dell'anarchismo veronese tra '800 e '900. Una traiettoria iniziata nel 1891, quando forse per la prima volta nei documenti di polizia fu lasciata una traccia significativa dell'esistenza di un gruppo anarchico attivo nella città («I Figli dell'Avvenire», coinvolti nell'inchiesta sul danneggiamento del monumento al pittore Paolo Caliari, detto il Veronese) ? ma il cui retroterra radica nella fondazione della Società generale di mutuo soccorso tra gli operai (1867) ?, che si sarebbe conclusa a metà degli anni Venti, con l'imposizione dello scioglimento all'Unione sindacale italiana (USI), i processi celebrati nel 1928 dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato contro alcuni dei più importanti anarchici veronesi e l'esecuzione delle condanne. Al centro del lavoro, e all'apice della parabola, c'è il primo dopoguerra. Nella primavera del 1919, gli anarcosindacalisti aderenti all'USI controllavano la Camera del lavoro di Verona, rappresentavano la più importante sezione veneta dell'Unione e una delle maggiori a livello nazionale. Il dato non stupisce, se pensiamo alle caratteristiche di quella fase, al grado di mobilitazione e protagonismo popolare che segnò l'Italia del 1919 e, con forme e geografie diverse, del 1920. Stride piuttosto con l'immagine di una provincia di Verona generalmente «situata ai margini della cartografia della sovversione», con «una nota prevalente di staticità e pacificazione». Le storie di questi uomini non fanno però pensare a un anarchismo provinciale e isolato, ma a una realtà strettamente intrecciata con riflessioni, dibattiti e iniziative spesso di ampio respiro e di ambizione internazionale, oltre che internazionalista, con una capacità di iniziativa politica più significativa di quanto spesso non si sia ritenuto. Che si tratti di una storia da cui emergono essenzialmente figure maschili è dimostrato dalla presenza di appena tre donne (per di più tutte parenti, o consorti, di anarchici) sul totale degli schedati qui presi in esame, come ricorda l'autore (p. 247); un dato che viene confermato osservando l'indice dei nomi, dove solo 19 su 396 sono nomi di donne: uno ogni venti. Eppure sappiamo del ruolo protagonista svolto da donne anche di diversa collocazione sociale nelle mobilitazioni e nei tumulti tra guerra e dopoguerra. Anche per questo, forse, sarebbe stato utile mettere ancor più in relazione le vicende locali e quelle specifiche dei militanti anarchici con gli ampi movimenti che a più riprese ? e in particolare nel primo dopoguerra ? segnarono la società e la politica, in modo da dare maggior rilievo all'attento lavoro di ricerca condotto da un autore che mostra di saper padroneggiare fonti edite e inedite. Il volume è arricchito da un'appendice con dati sulla presenza e la diffusione di organizzazioni sindacali, statistiche degli scioperi e 46 schede biografiche.


Roberto Bianchi