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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Hannes Meyer: un razionalista in esilio. Architettura, urbanistica e politica 1930-54

Andrea Maglio

Milano, Franco Angeli, pp. 192, euro 21,50 2002

Il valore di questo lavoro è duplice. In primo luogo poiché ripercorre le tappe meno conosciute, per non dire ignote, del percorso professionale, intellettuale e politico di un architetto sempre ricordato per le vicende del Razionalismo tedesco, ma sempre in modo sommesso. Le tappe di questo percorso rappresentano uno straordinario spaccato del modo di affrontare gli assunti gettati da quella formidabile corazzata che era stato il gruppo intorno al Bauhaus una volta esaurita la carica iniziale, interrotta, sì, dall'avvento del Nazionalsocialismo, ma sempre più flebile anche a causa di contrasti interni via via più insanabili. Di Meyer ci viene restituito un percorso alla ricerca di luoghi ?protetti? per la realizzazione delle teorie formulate negli anni tedeschi, dall'URSS dove pensa di poter trasformare il marxismo da filosofia in prassi, al suo ritorno nella natia Svizzera, dove affronta la doppia crisi intellettuale e finanziaria, al Messico dove crede di poter trovare nella giovane democrazia nata su azione rivoluzionaria un'alternativa al socialismo reale. La terra nuova, scelta in alternativa all'America del nord dove molti dei suoi colleghi sono emigrati a partire dal 1936, si mostra subito matrigna sia dal punto di vista politico, quando Meyer viene annoverato tra i possibili responsabili dell'assassinio di Trockij, in quanto ?stalinista?, sia dal punto di vista professionale, non essendogli offerte vere opportunità di costruire e essendo stata molto complicata anche la sua carriera nell'insegnamento. Tuttavia in Messico Meyer trova, pur tra mille difficoltà, quella che ritiene poter essere una direzione artistico-comunicativa, fusione tra astrattismo e folklore, che, se dovuta in prima battuta alla scarsissima alfabetizzazione del paese centroamericano, si sarebbe potuta rivelare feconda anche nel vecchio mondo. Ma così non sarà: la sua adesione al realismo, l'etichetta di comunista fanno di lui un isolato sia in Svizzera, dove rientra dopo gli anni messicani, sia nel milieu culturale che gli sarebbe proprio e lo escludono dai grandi processi di ricostruzione delle città europee come dalla rifondazione disciplinare che pure egli segue con passione immutata. Un ulteriore motivo di interesse risiede nell'aver affrontato la ricerca su un personaggio spinto ai margini, oltre che dalle sue vicende personali, anche dalla storiografia ufficiale e dai suoi antichi compagni, Gropius in testa. L'autore ripercorre le tappe di questo oblio, attraverso gli interventi della moglie di Meyer, alla strenua difesa della memoria del marito, le pubblicazioni arrivate o meno a vedere la luce e i contributi dei protagonisti di quelle vicende. Meyer come vexata quaestio della storiografia dell'architettura del Moderno, dunque, paradigma della sorte di molti dei protagonisti, segnata da visioni precostituite che hanno portato a forzature in un senso o nell'altro, più o meno in buona fede; vexata quaestio che Andrea Maglio dimostra ampiamente poter essere efficacemente affrontata solo con gli strumenti di una ricerca storiografica attenta e con una interpretazione libera da preconcetti anche se ? e perché così non dovrebbe essere? ?, palesemente affascinata dalla straordinaria figura di Meyer, architetto-sognatore vagabondo.


Elena Dellapiana