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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Divergenze parallele. Comunismo e anticomunismo alle origini del linguaggio politico dell'Italia repubblicana (1945-1953)

Andrea Mariuzzo

Soveria Mannelli, Rubettino, 284 pp., € 14,00 2010

Il saggio indaga sulla formazione del linguaggio politico, sul consolidamento di identità collettive, e sui «canali di comunicazione […] sviluppati attorno ad assi ideologici […] diversi» (p. 10) negli anni che vanno dall'esclusione delle sinistre dal governo, nel 1947, alle elezioni del 7 giugno 1953 o, se si vuole, dalla rottura del fronte antifascista, ai segni di disgelo dopo il fallimento della legge maggioritaria e la successione a Stalin. È un lavoro che, per l'immediato interesse del tema, l'acume dell'analisi e la fluidità espositiva, ha i pregi dei libri utili e originali e, contando su molteplici apporti documentari, dall'immagine fotografica, al disegno, all'interazione tra parola scritta e parlata, offre nuove chiavi di lettura del nostro sistema politico. Chiaro è l'intento: ricostruire «l'insieme delle proposte simboliche e alternative, il cui confronto è l'essenza della politica nelle società di massa» (p. 13), partendo dall'esame dei messaggi impostati dalla propaganda comunista e anticomunista. L'esito è felice, perché l'a. coglie temi chiave della vicenda storica: da un lato, l'impegno per la «realizzazione nella lettera e nello spirito» della Costituzione non solo del Psi e del Pci, ma di associazioni composte da comunisti e socialisti e «spesso guidate da eminenti personalità non iscritte ai partiti o addirittura simpatizzanti per i partiti laici di centro» (pp. 151 e 153); dall'altro, le crepe e i dissidi che aprono nel polo moderato i molteplici riferimenti culturali. Fenomeni che, composti in un quadro d'assieme, spiegano l'impossibilità di marginalizzare il Pci. Il saggio mostra come, identificando il comunismo col «materialismo e con l'anti-religione, risultò piuttosto efficace» mobilitare le coscienze, perché preesisteva un immaginario in cui il comunismo era «ateo e anticristiano prima e più che […] rivoluzionario» (p. 59). Diverso l'esito, quando si volle portare società e politica su vie segnate dalla Chiesa, in netto ritardo nella comprensione della secolarizzazione dello sviluppo culturale dell'Occidente. Sviluppo cui furono più sensibili, su una linea trasversale, punte avanzate della sinistra marxista, uscite vittoriose nella lotta per la pace e contro la «legge truffa», gli «autonomisti» del Psi e quella parte di Dc che ridusse i richiami all'anticomunismo religioso e cercò forme più moderne di penetrazione sociale. Indicativo, in tal senso, il ruolo unificante del pacifismo, un terreno sul quale, con le donne all'avanguardia, «un colloquio con il fronte degli oppositori al comunismo sembrava possibile», tant'è che si ebbero scambi pubblici di lettere tra Udi, Movimento femminile della Dc e Donne liberali italiane (p. 222). Un quadro che fa riflettere sulle vicende della cosiddetta «Prima Repubblica» e invita a cercare le cause della difficile «bipolarizzazione» di una realtà politica, in cui non si mutano equilibri sistemici senza scontrarsi con una «impossibile necessità»: «ridurre a due» le tre culture politiche che danno vita alla repubblica: liberale, cattolica e socialista.


Giuseppe Aragno