SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Profilo di storia della comunicazione politica in Italia

Andrea Ragusa

Manduria-Bari- Roma, Lacaita, 178 pp., euro 15,00 2008

Inserito nel filone della communication research, il volume propone una ricostruzione storica del rapporto fra politica e comunicazione in Italia dall'unificazione a oggi. Rapporto complesso e vischioso che vede interagire, da una parte, le istituzioni, le leggi elettorali e gli attori della politica (movimenti, partiti, sindacati) e, dall'altra, i meccanismi attraverso cui questa viene diffusa, comunicata e propagandata. Attento infatti a distinguere la comunicazione dalla propaganda, che ne costituisce un sottoinsieme, Ragusa estende l'analisi a tutte le manifestazioni del «racconto politico».Partendo dal presupposto che nei moderni Stati nazionali fondati sulla sovranità popolare la comunicazione politica nasce dalla necessità dei sistemi politico-istituzionali di legittimarsi attraverso la costruzione, o ricostruzione, di «meccanismi inclusivi di riconoscimento ed identificazione» (p. 10), l'a. evidenzia alcune linee di continuità nella storia italiana del rapporto fra comunicazione e potere. La principale è la costante necessità di creare un collante, una tradizione comune di appartenenza che attraverso l'idea, o il mito, della «nazione» dia legittimità e forza al sistema politico. Non fu solo l'élite liberale, coltivando l'immagine della «nazione armata» e i simboli della monarchia, a cercare di costruire sull'«amor di patria» le fondamenta di una religione civile che fu ovunque, in Europa, uno dei portati più duraturi della Rivoluzione francese. Né il topos della nazione e dell'interesse nazionale si limitò alla retorica nazionalistica di inizio '900 o alla propaganda fascista. Anche il Partito socialista di Turati, pur pieno di simboli e liturgie che rimandavano alla matrice internazionalista, coltivò forti legami coi «padri della patria» Mazzini e Garibaldi, ovvero «il pensiero» e il «forte braccio» dell'unità italiana (p. 53). Anche la memoria e il «mito fondativo» della Resistenza si alimentarono del linguaggio della guerra partigiana, intesa come frattura epocale che, recuperando la tradizione del Risorgimento, avrebbe ricondotto la nazione nel suo smarrito «percorso di evoluzione razionale in senso democratico» (p.150). Dopo la rottura dei governi di unità nazionale, benché il tema dell'anticomunismo subentrasse a quello dell'antifascismo, il nesso nazionale/internazionale rimase presente, e fin dalle elezioni del 1948 l'accusa agli avversari di essere «al servizio di un padrone esterno» (p. 155) fu ampiamente praticata da tutti i soggetti politici.Nella sua ricostruzione, purtroppo un po' sbilanciata a favore dell'età liberale e fascista a cui sono dedicati 4 dei 5 capitoli, Ragusa evidenzia la permanenza nel lungo periodo di molti elementi riguardanti specificatamente le tecniche della comunicazione. Elementi come l'attenzione all'organizzazione della propaganda, il ricorso a simboli e figure «emozionali», il ruolo decisivo svolto dagli uomini di cultura, la ricerca di rapporti sempre più diretti col «pubblico» dei cittadini-elettori. Tutti fattori, questi, che hanno accompagnato lo sviluppo degli Stati-nazione, ma che in Italia si sono innestati nel difficile percorso di legittimazione delle classi dirigenti nazionali.


Giulia Guazzaloca