SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Contadini in uniforme. L'Armata Rossa e la collettivizzazione delle campagne nell'URSS, Presentazione di N. Tranfaglia

Andrea Romano

Leo S. Olschki, Firenze 1999

La collettivizzazione delle campagne nell'Urss prese l'avvio nel 1928 con "misure straordinarie" per far fronte alla crisi degli ammassi di grano e si concluse nel 1933, con la grande carestia e con la vittoria dello Stato in quella vera e propria guerra scatenata dai vertici del partito contro la società rurale. Il volume di Romano ripercorre le fasi salienti della vicenda con un uso accorto di una fonte importante, ma discussa: gli "svodki", rapporti informativi redatti sulla base delle lettere che i familiari inviavano ai militari. Scopriamo così che quel magnum ignotum di herzeniana memoria, quel popolo contadino russo "balbettante" e "semibarbaro", manteneva forti legami di solidarietà generazionali e parentali e che nutriva diffusi sentimenti di "compassione" verso quegli stessi "contadini ricchi" che il regime avviava alla deportazione, in nome di una presunta "giustizia di classe". I contadini appaiono anche lucidamente consapevoli dell'operazione che il regime si apprestava ad avviare sin dal 1928 (ricreare artificiosamente il clima della guerra civile, per reintrodurre la politica delle requisizioni del "comunismo di guerra"), degli scopi (prendere il grano senza dare nulla in cambio) e dell'esito di quella guerra: il ritorno alla situazione preesistente al 1861. L'a. dimostra che il fitto rapporto epistolare tra i "soldati contadini" e le famiglie divenne un potente veicolo di trasmissione del malcontento all'interno dell'esercito e a un tempo "un autentico strumento di espressione collettiva di opposizione" (p. 215). Il fenomeno assunse dimensioni tali da attirare l'attenzione dei vertici militari, influendo sulle loro strategie. Alla domanda più volte posta dagli storici sul ruolo svolto dall'Armata Rossa nella guerra contadina, l'a. dà una risposta convincente: i vertici militari, più che opporsi alla collettivizzazione (una tesi questa che risale a I. Deutscher), cercarono di evitare un coinvolgimento nelle operazioni di "dekulakizzazione" per ragioni strettamente "funzionali", nel timore di indebolire l'esercito, rischiando così di stravolgere la sua natura istituzionale di strumento preposto alla difesa della sicurezza del paese (pp. 140, 149, 152). Meno convincente mi pare invece l'a. quando parla della "psicosi di guerra" che si sarebbe impadronita della leadership staliniana agli inizi del 1930 e che l'avrebbe indotta a promuovere una "ritirata" nel processo di collettivizzazione (pp. 189, 193). Ci si domanda: se i timori per la sicurezza del paese e la paura di un intervento dall'esterno erano realmente sentiti e condivisi, come mai i vertici staliniani decisero di porre termine a quella ritirata nel giro di pochi mesi e di avviare con ancor più tenacia una nuova offensiva sul fronte della collettivizzazione che prevedibilmente avrebbe scosso non soltanto le campagne, ma anche l'esercito e l'intera rete delle "retrovie", la cui efficienza era condizione indispensabile per provvedere a difendere il paese?


Anna Di Biagio