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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Storia dell'autonomia in Italia tra Ottocento e Novecento

Angelo Varni (a cura di)

Bologna, il Mulino, pp. 216, euro 17,56 2001

A partire dalla questione federalista che appare, negli scritti politici del primo '800 analizzati da Della Peruta, come la soluzione più diffusa e realistica rispetto a quella poi assunta dal nuovo Stato, il tema si snoda attraverso l'esame di momenti e contesti nei quali le istanze autonomistiche acquistano particolare visibilità. È il caso di un istituto di governo della scuola, il Consiglio Superiore della pubblica istruzione, che nei cinque anni seguenti l'Unità gode, secondo G. Ciampi, di un'?autonomia di fatto? grazie al protrarsi dell'esistenza di tre strutture parallele su base territoriale. Oppure si tratta di realtà regionali come la Sardegna, dove negli anni post-unitari le diverse parti politiche sono accomunate dalla critica al modello accentrato (A. Trova) e per la quale lo statuto speciale del 1948 realizza un'autonomia limitata e imperniata su un apparato burocratico pesante (F. Soddu), anticipando dunque gli esiti della regionalizzazione degli anni '70. La problematica regionale emerge in chiave di sviluppo economico-sociale nel caso delle Marche e nella richiesta di una legislazione ad hoc (1895-1907) per la promozione di uno sviluppo legato alle realtà artigianali (P. Sorcinelli); un tema, quello del particolarismo territoriale, ripreso da M. Cattini e M. Romani, che lo indicano quale terreno di coltura dei distretti industriali, evidenziando la funzione regolativa degli istituti comunali. Dal punto di vista, invece, della nascita di un ?regionalismo culturale? R. Balzani accosta il caso romagnolo a quello sardo, con l'idea che il consolidamento di identità regionali, speculare all'effetto dissolvente della modernità, avvenisse secondo processi simili e comparabili. La tematica del decentramento viene ripresa sia attraverso la declinazione conservatrice e liberale rappresentata da Stefano Jacini (M.L. Betri), sia attraverso l'esperienza socialista (M. Degl'Innocenti). Quest'ultima riesce a convogliare l'utopismo comunitario e le diverse tradizioni politiche locali (come quella bolognese e ravennate esaminata da F. Tarozzi) in programmi amministrativi, caratterizzando un periodo nel quale la lotta per le autonomie coincide con processi di liberalizzazione e di crescita sociale. Della particolare vivacità della vita amministrativa tra i due secoli testimonia anche la storia dell'Associazione nazionale dei comuni italiani (A. Malfitano), così come la multiforme realtà costituita dalle istituzioni benefiche di una città come Milano, dove il dibattito aperto dalla riforma crispina si impernia sull'idea di un pluralismo di interventi, in equilibrio tra società e Stato (E. Bressan). Le suggestioni rapsodiche offerte, nell'insieme, dai saggi sono opportunamente concluse dall'intervento di Cammelli, che getta luce sui problemi dell'oggi; se le riforme degli anni '90 hanno modificato profondamente il governo locale dal punto di vista amministrativo, il secolo si è chiuso in assenza di una riforma costituzionale, generando nei fatti la coesistenza di più modelli nel rapporto centro-periferia e la confusione circa i criteri che regolano i processi decisionali; con il risultato di caricare paradossalmente il centro di nuove funzioni di integrazione tra Stato, regioni e enti locali.


Mariapia Bigaran