SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Confindustria e Mezzogiorno (1950-1958)

Anna Lucia Denitto

Galatina (Le), Congedo editore, pp. 264, euro 23,24 2001

Nello studio della Denitto il Mezzogiorno dell'immediato secondo dopoguerra non è il dispendioso e refrattario collettore di risorse pubbliche per l'industrializzazione, come ha raccontato buona parte della storiografia. È il Mezzogiorno di industriali che si mobilitano per l'ossigenazione delle loro imprese dopo i gravissimi danni provocati dalla lunga guerra. Essi chiedono infrastrutture, sgravi fiscali, credito e incentivi. Chiedono rappresentanza nella Confindustria e di aver voce nelle scelte governative, in una stagione politica ad alta densità ?meridionalista?: quella dell'?intervento straordinario?. Gli industriali esistono e vogliono contare sempre più. Contano nella prima associazione della concertazione degli interessi industriali al servizio delle politiche governative, la Svimez, impegnata sin dalle origini (1946) nella preparazione di un Piano per il Sud capace di regalare all'Italia i cospicui prestiti erogati dalla Banca mondiale. Sappiamo che quei prestiti hanno contribuito a mantenere stabile la lira e pari i nostri conti l'estero, sappiamo che hanno contribuito al ?miracolo economico? di tutte le regioni italiane, comprese quelle meridionali. Gli industriali meridionali contano nella Confindustria e contribuiscono alla virata dell'Associazione dalla strategia dei ?prerequisiti? per il Sud del presidente liberista Costa, a quella dell'intervento per l'industrializzazione decisa dal nuovo presidente De Micheli. Contano presso il Governo, che dalla seconda metà degli anni cinquanta si converte al ?meridionalismo industrialista? e interrompe il percorso tracciato da De Gasperi, Einaudi e Menichella, finalizzato alla competitività internazionale e caratterizzato dalla spesa della Cassa per il Mezzogiorno nella dotazione infrastrutturale ed energetica. Gli industriali non rappresentano certo i motori del sistema produttivo meridionale, ma non sono pochi. Il noto meridionalista Manlio Rossi-Doria ne ha spesso indicato il ruolo significativo fino alla prima guerra mondiale, giudicando la guerra e il fascismo come un freno all'inizio di uno sviluppo autopropulsivo anche se modesto. Il secondo dopoguerra è stato un periodo di intelligenza pubblica e vitalità imprenditoriale per tutta l'Italia, riapertasi alle relazioni con il resto del mondo. Che non sia stato ingenuo da parte degli industriali del Sud insistere sulla svolta ?industrialista? dell'intervento straordinario e incanalare al suo interno il loro progetto imprenditoriale? Le politiche ?industrialiste? hanno assunto dagli anni sessanta caratteri autoritari per uno sviluppo trainato dalle partecipazioni statali, per una politica invadente verso l'impresa e per un parassitismo crescente delle imprese pubbliche e private nei confronti della politica. Al punto che, a conclusione della lettura del bel lavoro della Denitto, non riusciamo a eludere una domanda antica, ma ancora suggestiva. Perché il modello originario delle Cassa per il Mezzogiorno è stato abbandonato proprio nel momento di massima efficacia?


Leandra D'Antone