SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'Unione sovietica e la Shoah. Genocidio, resistenza, rimozione

Antonella Salomoni

Bologna, il Mulino, 356 pp., Euro 24,00 2007

Lo sterminio degli ebrei in Europa orientale è stato oggetto, negli ultimi anni, di un'ampia rivisitazione, soprattutto alla luce delle fonti d'archivio sovietiche finalmente accessibili. Ben pochi hanno studiato il regime, la società e la cultura sovietiche di fronte alla Shoah. Da questo punto di vista, il libro di Antonella Salomoni colma una lacuna storiografica e sicuramente costituisce un testo di riferimento obbligato.Alle soglie della seconda guerra mondiale, l'URSS contava poco più di tre milioni di ebrei, ai quali se ne aggiungevano quasi altri due in seguito alle annessioni concordate con il patto Ribbentrop-Molotov. Le vittime della Shoah in URSS sono valutate fra i due milioni e mezzo e i tre milioni, la metà delle quali eliminate nel corso della sua prima fase, prima dell'entrata in funzione dei campi di sterminio. Mezzo milione di ebrei combattono in seno all'Armata Rossa e duecentomila cadono lottando come partigiani. Com'è potuto avvenire che un fenomeno di queste dimensioni sia stato non solo ignorato dalla storiografia ma soprattutto occultato e rimosso in seno alla società e alla cultura sovietiche? A queste domande risponde il libro della Salomoni, prendendo in esame un insieme di fattori. Innanzi tutto vi è il carattere, della guerra sul fronte orientale, che ha fatto oltre venti milioni di vittime, in seno alla popolazione sovietica, diluendo così il genocidio degli ebrei in una più ampia ondata di violenze. Gli ebrei erano una piccola parte di un progetto di colonizzazione e sterminio il cui bersaglio erano gli slavi nel loro insieme. Lo sterminio degli ebrei s'intrecciava profondamente con gli altri obiettivi della guerra tedesca: distruggere l'URSS e conquistare lo «spazio vitale». Il massacro di Babij Jar del settembre 1941, sottolinea Salomoni, è preceduto da manifesti che annunciano l'eliminazione di «ebrei, comunisti, commissari e partigiani» (p. 17). La rimozione della Shoah dalla coscienza storica sovietica è tuttavia legata anche ad altri fattori. In primo luogo la volontà, al fine di riconciliare le nazionalità sovietiche dopo la guerra, di occultare o minimizzare il fenomeno della collaborazione, soprattutto in Ucraina. L'antisemitismo diffuso in seno al mondo slavo non solo spiega l'apparizione, del vecchio stereotipo dell'ebreo «imboscato» e «profittatore», ma spinge molti, soprattutto nelle campagne, a coadiuvare l'azione sterminatrice.Vi è stato tuttavia, durante la guerra e negli anni seguenti, un tentativo di mobilitare gli ebrei e l'opinione pubblica internazionale contro il genocidio nazista in URSS. Un capitolo assai interessante si sofferma sugli attori di questa campagna, avviata nell'autunno del 1941 con la creazione del Comitato antifascista ebraico e segnata dall'intervento di Il'ja Erenburg e Vasilij Grossman. Questa attenzione per la questione ebraica spingerà l'URSS, nel novembre 1947, a promuovere all'ONU la nascita d'Israele in nome delle sofferenze subite dagli ebrei durante la guerra. In quegli anni prende forma il progetto di un Libro nero sullo sterminio degli ebrei sovietici, che sarà infine censurato quando, ormai entrata nella guerra fredda, l'URSS conosce una nuova ondata di antisemitismo.


Enzo Traverso