SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il sinodo dei vescovi. La collegialità sospesa (1965-1985),

Antonino Indelicato

Bologna, il Mulino, 401 pp., euro 26,00 2008

Il sottotitolo della ricerca di Indelicato, La collegialità sospesa, va ben oltre la storia e la riflessione su quello che doveva essere, dopo il Concilio, lo strumento attraverso il quale il tema della collegialità episcopale avrebbe dovuto o potuto trasformarsi in una realtà più concreta, vitale e incisiva nella Chiesa postconciliare, appunto il Sinodo dei vescovi, istituzione promulgata da Paolo VIcol motu proprio Apostolica sollicitudo il 15 settembre 1965. Nell’illustrare le vicende di questo organismo, i nodi non risolti né all’origine né nel prosieguo circa la sua natura e la sua effettiva collocazione nella Chiesa universale, l’a. non solo ricostruisce la sua tortuosa storia, ma agita sullo sfondo il problema del valore teologico, pastorale ed ecclesiologico della collegialità episcopale rispetto al primato del papa e nei confronti degli organismi centrali della Chiesa cattolica.«Se su un piano generale - osserva Indelicato - il sinodo ha indubbiamente mostrato di poter costituire una struttura di dialogo e un canale di comunicazione diretta fra tutte le chiese e chiesa universale e di avere una certa capacità di confrontarsi creativamente con i problemi che sono stati sottoposti alla sua attenzione e anche di dare indicazioni autorevoli, risulta invece limitata la sua facoltà di influire sulle grandi scelte della politica ecclesiastica, non avendo strumenti propri e adeguati alla gestione degli orientamenti e delle decisioni operative del dopo-sinodo» (p. 14). Come dire, una autorità dimezzata, un peso specifico insufficiente, una istituzione sottoposta a stretti controlli «politici» oltre che giuridici. È mancato e continua a mancare un punto di equilibrio tra il ruolo primaziale del papa e la manifestazione concreta più visibile, fino ad ora, della collegialità episcopale. È difficile pensare che quel punto di equilibrio verrà trovato: permarrà probabilmente, anche di fronte ad un Sinodo riformato nei suoi compiti e nelle sue competenze giuridiche, un equilibrio «asimmetrico» a favore del primato papale, nel senso che non cambierà nel profondo la natura ed il ruolo del sinodo nella Chiesa cattolica perpetuandosi una carenza della sua figura sul piano dottrinale con le relative conseguenze pratiche. L’a. lascia tuttavia la porta aperta a futuri sviluppi sottolineando più avanti: «Quella di una chiesa plurale resta comunque, per il medio periodo, una prospettiva ineludibile» (p. 253). Mi sembra però difficile pensare ad una profonda trasformazione della struttura complessiva della Chiesa cattolica; il problema è anche capire, nella prospettiva millenaria della Chiesa, quanto potrà durare questo medio periodo e se alla fine non interverranno fatti e nuovi organismi a rimettere magari in discussione l’istituzione stessa del Sinodo. Il libro non giunge ad una vera e propria conclusione: significativamente l’ultimo capitolo viene dedicato alle questioni aperte, dunque ad una visione ancora parziale e provvisoria della storia dell’istituzione sinodale nei suoi rapporti con le conferenze episcopali, con il papa e la Curia romana, e con problemi di natura procedurale, dottrinale e canonistica.


Vittorio DeMarco