SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La Russia di Eltsin

Antonio Rubbi

Roma, Editori Riuniti, pp. 526, euro 24,00 2002

Il libro organizza con scrupolo e intelligenza un grande numero di notizie essenziali sul decennio eltsiniano e vi riflette attorno in modo approfondito. Il giudizio sul primo Presidente della Russia postsovietica è severo. Dagli inizi del 1989 alla primavera del 1993 Eltsin mostrò un talento politico innegabile: la capacità di avere la meglio su avversari meno lineari e, apparentemente, meno conseguenti di lui (come l'ultimo Gorbachev) e quella di interpretare le aspirazioni di una massa decisiva di russi a una risoluta rottura con il passato. Ma non appena disfattosi di Gorbachev, del PCUS e dell'URSS, Eltsin si trovò a presiedere alla costruzione di un sistema economico largamente imprevisto e deludente per la sua stessa base elettorale. La privatizzazione dell'economia fu operazione improvvisata e distruttiva, che portò impoverimento di massa, disuguaglianza sociale e una autentica deindustrializzazione del paese. Fu un indirizzo attuato grazie a un pronunciato presidenzialismo, gravido di un progetto autoritario che non avrebbe tardato a precipitare dopo i sanguinosi scontri dell'ottobre 1993, nel testo della Costituzione di due mesi dopo. La prima delle due guerre cecene (1994-6) costituì poi un altro esempio dell'irresponsabilità e della spietatezza con cui il nuovo potere democratico russo prese le sue prime, fatali decisioni. A partire dalle elezioni parlamentari e presidenziali del 1995-6 fu chiaro che la sintonia tra Eltsin e decisive masse di russi si era ormai rotta: il Presidente, malato e amareggiato, ostentava un crescente capriccio autocratico e abbandonava definitivamente l'idea di civilizzare con opportune riforme il rozzo sistema economico di mercato ormai stabilitosi nel paese. L'uomo che alla fine del decennio precedente aveva costruito il proprio prestigio tra i russi presentandosi come l'intransigente cavaliere della lotta al burocratismo e ai privilegi della nomenklatura comunista, terminò la propria carriera incalzato dal sospetto dell'arricchimento illecito e dallo scandalo finanziario del Russiagate. Sembrerebbe che il deprimente corso del primo decennio postsovietico sia avvenuto su di un piano inclinato, stabilito dal modo in cui le forze raccoltesi attorno a Eltsin cercarono di superare la crisi della perestroika gorbacheviana, nel 1991: a cominciare dallo scioglimento dell'URSS. Le ragioni profonde della deludente performance storica di Eltsin possono essere viste proprio nell'aver sfruttato ai fini della lotta per il potere, ma senza farvi seriamente i conti, le cause strutturali delle esitazioni, dei dubbi e degli errori di Gorbachev: una Nemesi. In questa luce, emergono anche responsabilità non russe per il fallimento di impiantare un'economia di mercato efficiente, giusta e prospera, di tipo occidentale. L'autore ricostruisce con cura la discussione sull'opportunità di aiutare finanziariamente l'URSS di Gorbachev svoltasi all'incontro dei G7 nel luglio 1991, a Londra (pp. 74-7). Giulio Andreotti, Helmut Kohl e François Mitterand erano per la concessione di sostanziali aiuti. Ma prevalse l'opinione contraria di Stati Uniti, Gran Bretagna, Giappone e Canada, secondo cui troppe erano ancora le ragioni di diffidenza politica e di sfiducia economica verso la perestroika.


Francesco Benvenuti