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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Experimentierfeld der Gewalt. Der Abessinienkrieg und seine internationale Bedeutung 1935-1941, prefazione di Angelo Del Boca

Aram Mattioli

Zürich, Orell Füssli Verlag, pp. 239, euro 32,80 2005

Sono passati settant'anni da quando le armate di Mussolini si riversarono oltre il confine delle colonie italiane Eritrea e Somalia e aggredirono con un arsenale bellico di dimensioni piuttosto ?metropolitane? che coloniali l'Impero etiopico, membro della Società delle Nazioni come l'Italia. La guerra, che secondo il regime fascista durò sette mesi, precipitò l'Africa orientale nella belligeranza continua per cinque anni. È questo il motivo per cui noti storici etiopici e africani come Hailemariam Zaude sottolineano il nesso tra la guerra d'Etiopia e la seconda guerra mondiale. Per molti di loro la vera data d'inizio della seconda guerra mondiale fu il 3 ottobre 1935. Questa tesi viene indirettamente sostenuta anche da Aram Mattioli, professore di Storia contemporanea all'Università di Lucerna. Con la sua recente pubblicazione Mattioli pone due domande: perché è proprio in Africa che gli italiani impararono e si abituarono a uccidere? e qual è l'importanza della guerra d'Etiopia nel quadro della storia contemporanea europea sull'orlo della seconda guerra mondiale? Sia seguendo le orme dei pionieri italiani Angelo Del Boca e Giorgio Rochat, che sintetizzando e analizzando accuratamente i risultati di nuove ricerche riguardanti questo ?campo sperimentale della violenza? stabilitosi nel Corno d'Africa, Mattioli trova una risposta alle sue domande lasciandosi ispirare tra l'altro da Pierre Milza, Eric J. Hobsbawm e Wolfgang Sofsky. Le componenti centrali che servono da base per il discorso di Mattioli sono l'aggressività dell'ideologia fascista, il crescente razzismo e la tendenza al genocidio sviluppati nelle campagne coloniali italiane in Libia e in Africa orientale. Secondo Mattioli la guerra d'Etiopia, nella quale i militari italiani non esitarono a utilizzare gas tossici come l'iperite e il fosgene e a mirare non solo contro gli eserciti etiopici ma anche e volutamente contro la popolazione civile, è un esempio dell'amnesia morale collettiva che paralizzò per decenni la ricerca storica in Italia e in Europa. Con forza l'autore propone di porre questa guerra svoltasi su campo coloniale in un contesto più ampio e si accinge a inquadrare i fatti in un'analisi comparativa della storia del genocidio e della violenza del XX secolo. È ovvio che con questo obiettivo viene posta in rilievo soprattutto la macrostruttura della guerra d'Etiopia. Le fonti archivistiche consultate dall'autore si limitano, per esempio, ai fondi dell'ONU e della Croce Rossa reperibili a Ginevra. Ciò non toglie che il presente volume riveli, insieme ad altre recenti pubblicazioni a esso paragonabili di autori svizzeri come quelle di Rainer Baudendistel e di Giulia Brogini Künzi, oppure del tedesco Volker Matthies, come il passato coloniale italiano durante il periodo fascista venga infine recepito e analizzato in maniera approfondita da un crescente pubblico europeo. È questa la premessa ideale per incoraggiare ulteriormente l'approccio comparativo postulato da Mattioli.


Giulia Brogini Künzi