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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I due bienni rossi del Novecento 1919-20 e 1968-69. Studi e interpretazioni a confronto

Associazione Biondi-Bartolini, Fondazione Giuseppe Di Vittorio

Roma, Ediesse, 502 pp., euro 25,00 2006

Sono gli atti del convegno promosso a Firenze dall'Associazione Biondi-Bartolini e dalla Fondazione Di Vittorio, che vide la partecipazione di numerosi studiosi, storici e sociologi, con un'ampia presenza di giovani ricercatori. La lettura dei contributi lascia una strana sensazione, come se gli autori avessero presente la difficoltà di applicare l'arduo metododella comparazione ai due «bienni rossi»: fin dal suo intervento introduttivo (e, più sfumatamente, nelle conclusioni), Paul Ginsborg richiama quindi alla prudenza, sottolineando la necessità del «contrasto di contesti», in cui la comparazione serva a chiarire gli aspetti di un'esperienza storica ponendola in contrasto con un'altra (pp. 14-15). Ginsborg giunge quindi sostanzialmente a concludere che l'unica reale analogia tra i movimenti sviluppatisi nei due bienni (così diversi per cause e contesti, ma privi entrambi, a suo parere, di una teoria della democrazia) vada ricercata nella comune sconfitta nel tentativo «di dar vita a percorsi basati sul controllo, sulla democrazia diretta e sull'equità sociale» (p. 35): l'essenza del capitalismo è restata tale, piegando l'individualismo romantico del '68 ai riti del familismo e del consumismo. Una conclusione amara, criticata da altri autori, soprattutto da parte di chi (il sociologo Paolo Giovannini) si attendeva dal convegno indicazioni su «come rendere vitali e feconde le relazioni tra i movimenti sociali di questi ultimi anni, con i loro caratteri di spontaneità e di forte partecipazione dal basso, e le grandi forze organizzate della sinistra» (p. 38), nella convinzione che nei due bienni esaminati (intesi come tentativi di risposta, attraverso lo sviluppo di movimenti sociali, ad una crisi diffusa) le somiglianze abbiano fatto aggio sulle differenze. In quest'ottica, il movimento del '68 e le sue culture hanno contribuito al processo di modernizzazione del paese (un processo, nell'analisi di Gianni Silei sulle politiche sociali, restato però «a metà del guado», p. 210), al punto da esserne integrato e, per certi versi, istituzionalizzato. Ci si potrebbe interrogare se questo possa essere definito un successo e se le due interpretazioni, quella di Ginsborg e quella di Giovannini, non siano così distanti, ma in ogni caso questo appare il nodo centrale del volume.Marco Revelli riprende perciò, sia pure con alcuni distinguo, il metodo utilizzato da Ginsborg, sottolineando come nel primo biennio nascano in Italia le forme organizzative del Novecento, laddove invece il '68 ne segna la crisi; per Gian Primo Cella lo Statuto dei lavoratori, frutto delle lotte dell'autunno caldo, ha contribuito in modo decisivo all'avvento di una compiuta democrazia pluralista anche nel nostro paese; Alberto De Bernardi individua un tratto comune nel mito rivoluzionario e nella dicotomia giovani-vecchi; Donatella Della Porta, infine, riprende il filo del discorso di Revelli, valutando positivamente le innovazioni che i bienni hanno portato, con la loro spinta dal basso, al modo di fare politica. «Il fine è nulla, il movimento è tutto», la storia della sinistra, in fondo, sembra sempre girare intorno a questo chiasmo.


Giovanni Scirocco