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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Casa e lavoro. Dal paternalismo aziendale alle ?comunità globali?: villaggi e quartieri operai in Italia tra Otto e Novecento

Augusto Ciuffetti

Perugia, Centro ricerche ambiente cultura economia, pp. XI-197, euro 15,00 2004

Il libro affronta il tema del paternalismo in Italia a partire dalla prima industrializzazione fino alla fine degli anni '40 del Novecento. È suddiviso in tre capitoli che individuano tre modelli di ?manutenzione? imprenditoriale, e poi anche fascista, della forza lavoro. I modelli si susseguono nel tempo senza che i nuovi, pur man mano prevalenti, facciano scomparire i vecchi. La prima fase, ottocentesca, è quella tipica dei villaggi operai affiancati agli stabilimenti, in cui, in contesti caratterizzati dall'isolamento geografico allo sbocco della vallate alpine, il paternalismo costruisce un rapporto stretto e inscindibile tra lavoro e vita, azienda e famiglia, fissando al lavoro operaio la manodopera altrimenti ancora in bilico tra occupazioni agricole e industriali. Nel successivo sviluppo delle città industriali, la formazione dei quartieri operai e il problema delle abitazioni segnano il passaggio a iniziative filantropiche che tendono ad estendersi dall'azienda all'intera città. La terza fase è connotata dalla ?fabbrica totale? e dalla ?comunità globale? quando, nella fase matura dell'industrializzazione, l'introduzione di misure di welfare aziendale e di organizzazione del tempo libero si collega alle nuove esigenze di gestione della manodopera indotte dall'organizzazione scientifica del lavoro. Scritto con finalità dichiaratamente didattiche, il libro presenta una ampia rassegna di casi, dai villaggi minerari sardi e toscani all'Ansaldo e alla Fiat. Ne risulta una sintesi di notevole utilità, per la consistenza e articolazione interdisciplinare della letteratura considerata, che si colloca a ridosso della storia sociale, della storia urbana, della storia dell'impresa, dell'archeologia industriale. Lo schema interpretativo individua chiaramente i fini economici aziendali e l'obiettivo di annullare, ?attraverso la manipolazione delle coscienze?, ?le diverse forme di conflitto sociale, che lo sviluppo industriale necessariamente comporta? (p. V). Tuttavia, insiste un po' ripetitivamente su queste finalità padronali, attribuendo, non a caso, scarso peso alla trattazione di esperienze fuori del coro, senz'altro minoritarie e parzialmente successive al periodo considerato, ma non meno significative, quale quella di Adriano Olivetti. Il panorama a grand'angolo qui proposto potrebbe servire da osservatorio per un nuovo orizzonte di studi che consideri il fenomeno non solo sotto l'angolatura delle strategie imprenditoriali, ma anche dal punto di vista dei lavoratori coinvolti, delle loro reazioni, del significato attribuito all'accettazione dei servizi offerti, che in alcuni casi almeno, specie a partire dalla seconda guerra mondiale e dall'immediato dopoguerra, diventano oggetto di rivendicazione, nel tentativo operaio di trasformare da benevole elargizioni in diritti contrattati alcuni servizi considerati irrinunciabili.


Stefano Musso