SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Borbonici, patrioti e criminali. L’altra storia del Risorgimento

Enzo Ciconte

Roma, Salerno editrice, 174 pp., € 12,00 2016

Il libro di Ciconte indaga le relazioni tra gruppi politici e organizzazioni criminali nell’età risorgimentale. Si inserisce in un filone di studi che, in tempi recenti, è stato scandagliato sia da importanti ricerche storiografiche (come l’importante lavoro di Franco Benigno, tra l’altro spesso citato dall’a.) che da numerosi libri di carattere narrativo e di impostazione evidentemente occasionale. L’a. colloca la sua prospettiva nella storia nel Mezzogiorno risorgimentale sostenendo che tanto nell’età borbonica, quanto nella crisi del 1860 e poi nella fase successiva di consolidamento dello Stato unitario, è sempre stata presente una solida relazione tra settori malavitosi e sistema politico. La tesi è che i gruppi criminali erano funzionali ai disegni dei settori politici che hanno insistito sulle vicende meridionali, e a loro volta le organizzazioni malavitose ne sono state condizionate. Si tratta di una ipotesi su cui hanno lavorato anche altri studiosi, ma che da Ciconte viene largamente ampliata, per proporre una originale interpretazione del processo unitario. Per l’a., al centro di questa esperienza è l’intensa e violenta conflittualità che caratterizza il processo politico meridionale nei decenni tra l’età di Ferdinando II e la crisi di fine secolo. Lo scontro politico, il ripetersi di rivoluzioni, delle guerre e dei conflitti interni assegna un ruolo centrale alla violenza. A suo avviso, nel fondo, le dinamiche del conflitto nel Regno delle Due Sicilie e nell’Italia unita sono strettamente connesse a gruppi sociali meridionali, divisi. L’a. li divide secondo fasce tradizionali. Sono i grandi ceti proprietari, la borghesia emergente e i gruppi popolari a sviluppare diverse tipologie di azione armata. La violenza marca la dialettica tra questi attori socio-economici e, secondo l’a., diventa occasione di apprendistato, oltre che di inserimento, per i gruppi criminali. Questi formano i loro capi e le loro élite in tale contesto. Sviluppano innovative forme operative ed evolute pratiche relazionali, capaci di accumulare ricchezze e districarsi anche nelle più complicate fratture politico-istituzionali del Mezzogiorno risorgimentale. L’a. ampia la propria tesi invertendo lo schema, e assegnando anche alla malavita la capacità di condizionare linguaggio e comportamenti della politica scegliendo, soprattutto nei casi di Palermo e di Napoli, alcune delle loro leadership più famose. Il lavoro, che utilizza la bibliografia classica e quella più recente, oltre che alcuni scavi archivistici, si inserisce pertanto in questo filone di rilettura dell’unificazione nel Mezzogiorno, agganciandosi alle più calde novità del dibattito pubblico. Carmine Pinto Gianni Antonio Cisotto, L’orologiaio di Pesariis. Biografia politica di Fermo Solari, Prefazione di Franco Iacop, Milano, Biblion, 329 pp., € 25,00 A distanza di venticinque anni dalla discussa monografia di Nino Del Bianco (Edizioni Studio Tesi, 1991), il volume propone un nuovo profilo biografico di Fermo Solari (1900-1988), azionista friulano. Il testo è corredato da un’ampia Appendice documentaria, con riproduzione di lettere, discorsi, articoli e interventi pubblici. L’illustrazione dell’itinerario politico di Solari è affidata a un percorso diacronico, articolato in cinque momenti: gli anni della formazione; l’esperienza resistenziale; quella azionista; la fase socialista; il periodo postsocialista. Nella prima parte non ci si limita alla giovinezza di Solari: se ne chiarisce, piuttosto, l’identità imprenditoriale e antifascista, costruita e difesa con tenacia sia negli anni del regime, sia in quelli della ricostruzione postbellica. La seconda parte fornisce un dettagliato panorama di notizie sulla militanza combattente di Solari, dall’autunno 1943 alla Liberazione: si dà visibilità alla fitta rete di relazioni che egli ha intessuto, diventandone uno dei protagonisti, nel PdA e nel contesto del Clnrv e del Cln. Oltre a ciò, si precisa la posizione assunta da Solari con riguardo ad alcuni temi specifici: i difficili rapporti tra le diverse anime delle brigate partigiane, in particolare con i cattolici all’interno della brigata Osoppo; le relazioni tra le formazioni garibaldine friulane e le forze titine; lo sforzo per l’unificazione di tutte le formazioni partigiane. La terza parte del libro è in parte sovrapposta alla seconda: si tratta di un approfondimento della vocazione azionista di Solari, della sua vicinanza agli azionisti più autorevoli e della sua peculiare proposta di una nuova «economia socializzata», rappresentata come «terza via tra liberalismo e collettivismo» (p. 82). Dell’azionismo di Solari, inoltre, l’a. evidenzia l’insistente appello per l’unità delle forze democratiche del Cln e il tentativo di conciliare le esigenze della regia centrale del partito con le questioni più spiccatamente territoriali (di estrema importanza, specie sul confine slavo). Il quarto e il quinto capitolo svolgono un pari approfondimento con riguardo, rispettivamente, all’affiliazione di Solari al Partito socialista (dal 1947 al 1966) e al successivo periodo di continuazione personale, per così dire, dell’impegno politico. Di queste due parti si segnala l’espressa intenzione dell’a. di restituire all’attenzione degli studiosi alcuni dei pilastri fondamentali dell’universo politico del biografato: la solidarietà con le iniziative volte a tenere unite le forze partigiane anche nel contesto repubblicano; il richiamo alla convergenza delle sinistre sulle grandi scelte; l’accento per il tema della moralità nella politica. Come già dimostrato nel testo sul Partito d’Azione nel Veneto (Viella, 2014), Cisotto si accredita per la capacità di condensare minuziosamente ed efficacemente informazioni e materiali assai utili. I documenti in appendice, specialmente, offrono testimonianza concreta di un pensiero ancora vivo e fanno molto riflettere sull’occasione perduta che l’azionismo tuttora rappresenta per la storia repubblicana. Fulvio Cortese Isabella Consolati, La prospettiva geografica. Spazio e politica in Germania tra il 1815 e il 1871, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 226 pp., € 37,00 Il rapporto, complesso e articolato, fra le teorie dello spazio geografico e la costruzione dello Stato nazione in Germania rappresenta un tema di grande interesse che ha spesso attirato l’attenzione degli storici. Nelle principali opere dei padri e dei precursori della geografia politica la letteratura ha in genere sottolineato il ruolo centrale attribuito allo Stato, evidenziando inoltre come quelle stesse costruzioni concettuali avrebbero fornito in qualche caso giustificazioni teoriche ai coevi discorsi nazionalistici. Sulla scia di una già nutrita corrente di studi che, nel contesto del cosiddetto spatial turn, ha ripreso a studiare lo spazio in seguito alla globalizzazione e dunque al retrocedere dello Stato come fondamentale soggetto politico in grado di governare i movimenti di capitale, il volume di Isabella Consolati mette al centro dell’analisi il concetto di «prospettiva geografica»; un concetto, questo, che consente all’a. di leggere le opere di tre geografi tedeschi dell’800 – dal più noto Carl Ritter a Ernst Kapp e Johann Georg Kohl – alla luce di una «sconnessione tra Stato e territorio». Tale sconnessione deve essere intesa in questo caso come un’impostazione interpretativa che non è più e non è solo «Stato-centrica» (p. XV). Ma qual è la «prospettiva geografica» al centro del volume? Il concetto rimanda ad «un campo di tensione teorico nel quale emergono interpretazioni, oscillazioni e problemi concettuali propri di un sapere non più e, allo stesso tempo, non ancora saldato alla dimensione concettuale e non solo ‘pratica’ dello Stato» (p. IX). Non solo lo Stato, dunque, ma un intreccio di forze diverse: storiche, sociali, culturali e politiche. Sono le relazioni storiche tra queste differenti forze a definire lo spazio, il quale, poiché non esclusivamente ancorato allo Stato, è pensato, secondo una felice intuizione, come spazio già concettualmente globale. Attraverso questa tesi, l’a. rilegge le opere dei tre studiosi prima citati, evidenziando come lo Stato nazione non rappresenti il punto di riferimento unico delle loro geografie. In tal senso è l’opera di Ritter a fornirci le coordinate per una lettura dello spazio sganciato dall’idea dello spazio nazionale. Infatti, la narrazione ritteriana presenta una chiara componente teleologica storico-universale, cioè globale, in cui il momento dello Stato rappresenta una fase che nasce dal movimento interno delle forze dello spazio e lo Stato non costituisce un’entità che ordina lo spazio. Attraverso un approccio interdisciplinare che abbraccia geografia, filosofia e storia, l’a. illustra nelle conclusioni anche le molteplici influenze intellettuali esercitate dalle opere di questi tre geografi nell’opera del padre della moderna geografia politica, Friedrich Ratzel. Per il lettore e lo studioso odierni le opere di Ritter, Kapp e Kohl presentano, alla luce della «prospettiva geografica», «un’anticipazione di concetti e problemi che sono indispensabili oggi per pensare al movimento interno allo spazio globale» (p. 197). Filippo Triola Fulvio Cortese (a cura di), Resistenza e diritto pubblico, Firenze, Firenze University Press, 254 pp., € 18,00 Raccolta degli atti del convegno organizzato a Venezia dal Centro Documentazione e Ricerca Trentin il 20 maggio 2014, in occasione del 70° anniversario della morte del giurista veneziano, il volume si articola intorno a due assi in continuo dialogo nell’esperienza e nella produzione teorica di Silvio Trentin: «Resistenza» e «diritto pubblico». Momenti complementari e «spezzoni di vita» intimamente correlati, che rappresentano nella loro sinergia l’incontro dialettico fra sensibilità e passione giuridica su temi di diritto amministrativo/costituzionale e concreta esperienza politica, prima quale esule antifascista durante il regime, quindi come partigiano dopo l’armistizio e il rientro in Italia (Ariemma). Nodo di partenza della riflessione, la critica su sovranità e legittimazione del potere pubblico alimentata in molti resistenti – soprattutto di area azionista – dalla spregiudicata presa di potere del fascismo, che si dipana da un lato sul piano giuridico, nell’analisi dell’interpretazione del principe di Niccolò Macchiavelli offerta da Trentin (Carta) e in una disamina critica delle debolezze dello Statuto albertino (De Cristofaro); dall’altro lato, si articola nella ricostruzione dell’esperienza dei magistrati italiani, in buona parte asserviti alle logiche del regime e chiamati dalla Repubblica fascista a un nuovo giuramento di fedeltà, ma anche capaci di contrapporre raffinate forme di resistenza tecnico-formali in difesa della legalità (De Nardi). La variabilità delle traiettorie di opposizione abbracciate dal mondo giuridico viene esemplificata dalle esperienze di Calamandrei, sofisticato interprete della distanza fra giustizia e distorti principi di legalità veicolati dal fascismo (Mazzolai); e di Giorgio Chiesura, sottufficiale in Sicilia nel luglio del 1943 e magistrato presso il Tribunale di Venezia nel dopoguerra, che quale estremo gesto di libertà individuale si consegna prigioniero ai tedeschi, rifiutandosi di continuare a combattere e di aderire alla Rsi (Trevisan). La radicalità della transizione politica in corso negli anni 1943-1945 permette di guardare al pensiero giuridico anche come potenziale veicolo di cambiamenti rivoluzionari: attraverso le suggestive ipotesi costituzionali elaborate dall’interno delle file della Resistenza (Verri) e la riflessione degli stessi partigiani su diritto e legalità, quali fonti della propria legittimazione politica (Tropea) e terreno creativo di un nuovo senso di rappresentanza sociale e giustizia democratica (Dogliani), ma anche fulcro dei principi su cui informare l’epurazione amministrativa e la punizione del nemico nel dopoguerra (Cassatella). L’ultima parte del volume è, infine, dedicata all’analisi del riflesso nella cultura letteraria e popolare della connessione fra Resistenza e rinnovato sentimento di giustizia: nesso etico che sia nei romanzi (Bascherini, Repetto), sia nelle lettere dei condannati a morte e nelle canzoni partigiane (Pegoraro) emerge quale essenziale elemento politico comunitario, base ideale per l’elaborazione e la condivisione dei nuovi principi costituzionali. Toni Rovatti Fulvio Cortese (a cura di), Liberare e federare. L’eredità intellettuale di Silvio Trentin, Firenze, Firenze University Press, 279 pp., € 18,00 Da oltre un quarto di secolo ci si interroga e si indaga intorno all’esperienza del gruppo antifascista rivoluzionario di Giustizia e Libertà e alla sua eredità nel corso del ’900. L’interesse per le vicende esistenziali e le traiettorie politico-intellettuali dei giellisti – a lungo rimosse o emarginate, o comunque omologate sotto la categoria generica dell’antifascismo – continua a essere oggetto di una bibliografia crescente. Più di altri, infatti, i giellisti sembrano prestarsi a domande radicali, e a risposte inattese, su questioni cruciali del secolo scorso: l’ascesa del fascismo e il senso dell’antifascismo, la ricerca di contaminazioni e ibridazioni tra socialismo, liberalismo e comunismo, l’analisi degli esperimenti totalitari, il rapporto tra politica e cultura in chiave rivoluzionaria. Ad uno dei protagonisti di Gl, Silvio Trentin, è dedicata questa raccolta di saggi, frutto di un convegno organizzato a Venezia nel dicembre 2014. Gli interventi sono divisi in due parti: la prima dedicata a Silvio Trentin e la cultura giuridica del suo e del nostro tempo; la seconda consacrata a L’impegno politico e l’antifascismo tra Francia e Italia. Questa suddivisione ben rispecchia il doppio volto di Trentin, accademico e militante, anche se naturalmente sono fitti gli intrecci tra l’uno e l’altro, come sono molteplici i nessi tra gli aspetti pubblici e privati della sua esperienza. In particolare, l’attenzione per i network familiari e per quelli intellettuali francesi e internazionali contribuisce a rinnovare la tradizionale immagine di Trentin, racchiusa nella dimensione del «fuoruscitismo» politico italiano. Come rivela l’accento sull’«eredità intellettuale» di Trentin, l’insieme di questi saggi punta a sistemare le acquisizioni storiografiche recenti e ad approfondirne aspetti trascurati. Da questo bilancio complessivo e innovativo emergono due elementi fondamentali: da un lato, la centralità della sua originale formazione giuridica quale fondamento della sua lucida visione del fascismo; dall’altro, la reattività delle sue concezioni politiche alle mutevoli, drammatiche contingenze degli anni tra le due guerre mondiali. I complicati nodi della crisi del diritto e del fascismo come antidemocrazia sono al centro di una riflessione che fu coronata dalla proposta di rinnovamento federalista dell’Italia e dell’Europa. Essenziali in questo senso furono i suoi rapporti con Carlo Rosselli, mentre resta l’impressione che sia necessario un ulteriore approfondimento del suo giudizio sull’Unione Sovietica, che, dal 1934 in poi, conobbe una progressiva radicalizzazione, affievolendo se non silenziando le sue riserve critiche. Di particolare rilievo, infine, la sua esperienza di volontario nella Grande guerra, che consente di ascrivere Trentin alla «generazione del 1915». È questo il punto di vista migliore per comprendere anche le drammatiche scelte successive, con le aspirazioni e le contraddizioni che Trentin portò con sé nell’emigrazione e nella Resistenza. Marco Bresciani Guido Crainz, Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione a oggi, Roma, Donzelli, 395 pp., € 27,00 L’a. aveva già pubblicato una storia dell’Italia repubblicana, perlomeno di quella dal «miracolo economico» in poi, nell’ideale trilogia, sempre donzelliana, cominciata nel 1997 proprio con un testo sul boom e poi conclusasi con Il paese reale nel 2013. Il volume in questione compatta il nucleo del racconto di queste opere precedenti, allungando fino al 2015 il racconto e, ovviamente, facendolo cominciare dal dopoguerra e dagli anni ’50, precedentemente non trattati. Nel confronto con storie altrettanto recenti dell’Italia repubblicana (Giovagnoli, Craveri, Soddu), lo sguardo dell’a. è quello che conosciamo, più attento alle dinamiche sociali e di cultura di massa che a quelle interne alla classe politica, pure assai presenti; con una scrittura che immerge il lettore nel flusso e nell’incastro di citazioni delle fonti, privilegiando gli articoli a stampa ma anche film, documentari, canzoni, romanzi. Uno stile che certo ha contribuito alla fortuna editoriale dei libri di Crainz presso un pubblico di lettori non specialisti. È un merito che siamo i primi a riconoscere, una qualità, quella di parlare a una platea larga che, soprattutto le opere di sintesi dovrebbero sempre prefiggersi (che poi vi riescano, è altro discorso). Dal nostro punto di vista il volume riproduce, assieme alle qualità, gli stessi limiti dei lavori precedenti. Non riesce a convincerci l’interpretazione dell’Italia repubblicana come «paese mancato», titolo di un libro precedente di Crainz ma giudizio che qui sembra esteso a tutto il periodo. Al contrario, pur con tutti i problemi e le storture, quella repubblicana è stata una storia di successo. E anche il panorama della cosiddetta Seconda Repubblica, che qui nel racconto è l’ultimo atto di un’ideale discesa agli inferi, non è così corrusco come invece l’a. dipinge. Non si chiede agli storici di essere laudatores del passato: ma neppure ci persuade la storia del nostro paese dipinta come un succedersi di continui fallimenti, di cui peraltro non sono quasi mai indicati i responsabili. Colpisce inoltre, nella parte relativa al dopoguerra e agli anni ’50, il carattere datato, proprio di lontane stagioni di lotta politica, di alcuni giudizi di Crainz. Come si fa, quasi trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, a scrivere che i governi di De Gasperi avrebbero «mutilato in maniera significativa la democrazia» (p. 53)? Perché i prefetti usavano la mano pesante (necessaria di fronte alle agitazioni comuniste) e perché fu ritardata di qualche anno la cosiddetta «attuazione» della Costituzione? E come si fa a ritenere fallimentare la «politica liberista» di Luigi Einaudi ministro del bilancio quando è ormai assodato che, quelle scelte, non solo hanno salvato il paese dal crollo ma hanno posto le basi per lo straordinario sviluppo degli anni successivi? Siamo ancora lontani da un giudizio equanime sul nostro recente passato. E sono ancora in molti a continuare a riconoscere meriti a famiglie politiche con cui la storiografia è stata in passato troppo generosa. Marco Gervasoni Alberto Crespi, Storia d’Italia in 15 film, Roma-Bari, Laterza, 259 pp., € 20,00 Fra le molte cinematografie che hanno guadagnato la ribalta nel corso del ’900 e del nuovo millennio, quella italiana è probabilmente tra le più legate alle vicende che hanno caratterizzato la propria storia nazionale, oltre a essere tra le più attente a raccontare i processi politici, sociali e culturali che hanno accompagnato l’evoluzione del cittadino-spettatore. Il cinema italiano ha dato vita, nel corso del tempo, a un mosaico produttivo complesso ed eterogeneo, che proprio della storia nazionale ha fatto la sua principale fonte di ispirazione, sia raccontandola in tempo reale, sia ritornandovi successivamente, in una prospettiva compiutamente memoriale figlia, però, degli umori, della temperie e del dibattito politico-culturale che di quel ritorno al passato era indispensabile cornice di riferimento. Alberto Crespi, critico cinematografico e autore di libri e programmi radiofonici e televisivi, è ben conscio di questo, del valore documentale della fonte filmica e della sua capacità di restituire immutati i sentimenti e gli immaginari di un’epoca. Egli utilizza i 15 film menzionati nel titolo (in realtà ne cita molti di più all’interno del volume) per una vorticosa e coinvolgente corsa attraverso i 120 anni di storia del cinema italiano, al fine di illustrare come l’industria cinematografica nazionale, i suoi autori (grandi e piccoli) e, per estensione, la società-pubblico che si riuniva nelle sale per assistere a questi spettacoli, riflettesse sulla propria storia personale e su quella del paese in cui viveva. Il cinema assurge così a ponte in grado di unire, tramite la mediazione del grande schermo, la vicenda individuale di ognuno con la dimensione collettiva di un confronto con il passato che, con registri e tonalità anche differenti, assumeva le forme tutte cinematografiche di un’epica quotidiana in continua ridefinizione. Guerra di Libia, prima guerra mondiale, fascismo, Resistenza, miracolo economico, Sessantotto sono solo alcune delle tappe che scandiscono un racconto – a cavallo fra analisi critica del testo filmico e sua contestualizzazione storica – che pur non avendo la pretesa di sviluppare un discorso esaustivo su un tema che avrebbe richiesto ben altro numero di pagine e di riferimenti (questi sì, dal punto di vista non solo della storia nazionale tout court, ma anche dei più specifici studi sul tema cinema e storia, abbastanza carenti), compie tuttavia un utile e divertente esercizio in grado di rendere palese l’oramai compiuto riconoscimento delle potenzialità euristiche in ambito storiografico della fonte cinematografica. Un testo di alta divulgazione in linea con le recenti scelte editoriali dello stesso editore, quindi, che mette da parte le questioni metodologiche e utilizza al meglio le suggestioni originate dalle vicende narrate e dagli aneddoti che l’a. dissemina in maniera sapiente per aprire spiragli, sollecitare curiosità, indicare profondità e complessità non tanto per l’addetto ai lavori, quanto per l’appassionato conoscitore o per il semplice lettore. In questa prospettiva, un’opera certamente riuscita. Maurizio Zinni Sante Cruciani (a cura di), Il socialismo europeo e il processo di integrazione. Dai Trattati di Roma alla crisi politica dell’Unione (1957-2016), Milano, FrancoAngeli, 300 pp., € 30,00 Il volume raccoglie nove saggi sull’approccio delle forze della sinistra politica europea al processo di integrazione. Alla prima parte è affidata l’analisi di alcuni casi nazionali, ritenuti (per ragioni purtroppo non esplicitate) più significativi. Così lo stesso Cruciani ripercorre il contributo delle «sinistre italiane» ai progetti di integrazione dagli albori fino alla Seconda Repubblica, insistendo sulle correlazioni tra l’evoluzione del sistema politico nazionale e il contesto istituzionale europeo. Ares Doro e Giacone si concentrano sul ruolo che la costruzione europea ha rivestito nelle strategie e in particolare nella comunicazione politica dei socialisti francesi, con particolare insistenza sull’epoca Mitterrand-Delors; il tormentato rapporto tra il laburismo e il tradeunionismo da un lato, e dall’altro l’ingresso ritardato della Gran Bretagna nelle istituzioni comunitarie è al centro del saggio di Del Rossi. Cavallaro prende in esame il peculiare caso spagnolo, in cui l’inserimento del paese nel processo di integrazione è stato considerato a lungo la migliore garanzia di una transizione alla democrazia da parte dei socialisti. Infine, Di Donato ricostruisce l’approccio della Spd alle istituzioni comunitarie come elemento costituente delle mutazioni del partito stesso, da Bad Godesberg all’era Brandt, fino al «rinnovamento» imposto da Schröder negli anni ’90. Seguono quattro saggi di taglio transnazionale, a cominciare dall’indagine storica della rappresentanza socialista al Parlamento europeo da parte di Floris. Borioni ripercorre i tentativi naufragati della socialdemocrazia di approdare attraverso le istituzioni europee a un sistema di relazioni più sistematico e sovrannazionalmente programmato. Leoncini ricorda quanto la socialdemocrazia occidentale sia stata una fonte di ispirazione per le forze del dissenso nella parte orientale del continente, sebbene entrambe siano risultate sconfitte dai successivi indirizzi economico-politici globali. Chiude il volume la ricognizione di Becherucci delle fonti primarie sul socialismo europeo disponibili presso gli Archivi dell’Unione Europea, utile soprattutto a chi prenderà le mosse da questo volume per nuove ricerche. Se ciascuno dei saggi ha dei pregi indiscutibili ed è pienamente riuscito il tentativo di alcuni autori di dialogare con la storiografia internazionale più aggiornata, i difetti del volume risiedono nel suo confezionamento complessivo, a cominciare dall’editing e dall’armonizzazione dei contributi. Quanto ai contenuti, l’Introduzione non risolve né giustifica la disomogeneità dei temi in discussione, laddove «sinistra» e «socialismo» sono tutt’altro che sinonimi, così come il rapporto tra partiti e sindacati rappresenta un elemento troppo variabile tra i vari casi per non meritare un supplemento di trattazione. Tali confusioni pregiudicano l’individuazione di chiavi di lettura efficaci per l’intero volume, che dunque rischia di rimanere una raccolta di saggi scarsamente comunicanti tra di loro piuttosto che un vero progetto collettivo. Giovanni Bernardini Michela D’Alessio, Massimo Gatta, Giorgio Palmieri, Antonio Santoriello, I Colitti di Campobasso. Tipografi e editori tra ’800 e ’900, Milano, FrancoAngeli, 248 pp., € 30,00 L’unificazione italiana fu un processo complesso che, una volta conclusosi, avviò delle importanti trasformazioni sul territorio nazionale. All’interno di questo fenomeno va sottolineata la nascita di un’innumerevole quantità di tipografie che cercarono di sfruttare la ventata di libertà portata dall’unificazione. Molte di queste aziende dovettero affrontare notevoli difficoltà tanto che, in molti casi, la loro sopravvivenza si rivelò effimera. Non fu questo il caso della Tipografia Colitti di Campobasso, la quale, nata nel 1865, affiancando alla produzione tipografica una cartoleria e in seguito l’attività editoriale, rimase attiva fino al 1950. Il volume, articolato in quattro saggi, ricostruisce nel dettaglio le vicende di questa azienda che rappresentò il vero e proprio punto di rifermento per l’industria tipografica in Molise fin dalla sua nascita. Il primo saggio è dedicato alle vicende che contraddistinsero l’azienda dagli anni postunitari fino al passaggio di secolo (Santoriello). In questi anni il successo dei fratelli Colitti fu legato, in una realtà come quella molisana con forti tassi di analfabetismo, soprattutto alla produzione di modulistica per la pubblica amministrazione, tanto da fare dei Colitti la principale industria grafica del Molise. Il secondo saggio prende in esame i rimanenti cinquanta anni di attività della tipografia (Palmieri). Si nota in questo periodo il tentativo dei Colitti di affiancare alla produzione tipografica anche l’attività editoriale che, sebbene conoscesse un certo successo negli anni precedenti il primo conflitto mondiale, non decollò mai del tutto. Questo non impedì alla tipografia molisana di stampare una notevole quantità di opere letterarie, storiche e scientifiche per uso scolastico, con una certa attenzione verso gli autori molisani (D’Alessio). L’ultimo saggio del volume è dedicato a una figura di assoluto rilievo della tipografia italiana e cioè Angelo Marinelli (Gatta). Sotto la direzione di Marinelli, dal 1915 al 1920, la tipografia conobbe un periodo di sviluppo tecnico che comportò un miglioramento tecnologico e la stampa di prodotti di notevole pregio grafico. Chiude il volume il catalogo completo dei titoli stampati dai Colitti, un elenco che ben documenta l’attività della tipografia molisana. La ricostruzione delle vicende della Tipografia Colitti di Campobasso rappresenta uno strumento utile per comprendere alcuni tratti della storia dell’editoria italiana a partire dall’Unità. Infatti, quella dei Colitti è la storia di una azienda nata sulla scia dei fenomeni culturali postunitari che, pur tra molte difficoltà, prima fra tutte quella di essere nata in un territorio marginale e poco attento alla produzione culturale come il Molise, seppe comunque affermarsi come l’azienda principale in regione cercando, con le innovazioni tecnologiche e grazie al contributo di Marinelli, di restare al passo con i tempi e di favorire lo sviluppo culturale del Molise. Achille Conti Lucio D’Angelo, Patria e umanità. Il pacifismo democratico italiano dalla guerra di Libia alla nascita della Società delle Nazioni, Bologna, il Mulino, 207 pp., € 18,00 Il libro di D’Angelo è notevole, per la vastità, l’accuratezza della ricerca e della bibliografia, sia delle fonti secondarie che delle primarie: esso mette in evidenza i dilemmi e le contraddizioni dei movimenti per la pace «democratici» e borghesi italiani, specialmente in relazione alla guerra di Libia nel 1911 e alla prima guerra mondiale nel 1915. Il titolo Patria e umanità esprime bene le problematiche di chi non voleva trovare un’unità di azione con i socialisti, convinti invece che si potesse arrivare alla pace tra i popoli solo con l’abolizione del capitalismo. Il pacifismo democratico proponeva soluzioni nell’ambito dell’ordinamento giuridico internazionale, e si rifaceva a una cultura umanitarista e positivista: tuttavia non era immune dall’irredentismo e da ideologie nazionalistiche, perfino imperialistiche, proprie a quel periodo storico. E infatti in quegli anni vari esponenti del movimento presero posizioni belliciste: tra di essi il repubblicano Ghisleri, l’ex combattente risorgimentale e premio Nobel per la Pace Moneta e l’industriale e politico radicale Giretti. Dalle loro lettere e dai loro articoli emerge il senso di scelte spesso sofferte. Già Moneta con la sua organizzazione, l’Unione Lombarda della Pace, che aveva appoggiato la guerra di Libia, in nome di una conquista civilizzatrice, aveva spaccato il movimento. Giretti e Ghisleri, in quell’occasione suoi oppositori, già prima del 1915 da neutralisti divennero progressivamente interventisti, convinti che si dovesse eliminare il militarismo e l’autoritarismo degli Imperi centrali, per affermare i valori liberali e democratici propri alle nazioni dell’Intesa. Questi «pacifisti patrioti», presenti anche all’estero, pensavano che – come si diceva – «la guerra per finire con la guerra» (p. 37), seguita dalla fondazione di istituzioni internazionali, dal disarmo e dal libero scambio, potesse portare alla pace tra gli Stati. Solo pochi, tra cui il socialista Bignami e la sua rivista «Coenobium», con l’appoggio di intellettuali come Roman Rolland, rimasero fedeli agli ideali pacifisti. Un Bignami che propose anche un progetto concreto per fermare la guerra, attraverso una Lega dei paesi neutrali, che ebbe vasta notorietà. Sarebbe stato tuttavia utile nel libro un approfondimento dei rapporti del pacifismo democratico con altre correnti del movimento, legate al socialismo radicale (tra cui Bartalini e la rivista «La Voce» di Torino), a quello massimalista e sindacalista, all’anarchismo (v. Malatesta), al cattolicesimo, (sia in parte del papa e dei gesuiti, che dei giovani pacifisti di Torino con il giornale «il Savonarola»), e infine al protestantesimo (con i valdesi). Una comparazione con i pacifismi, non solo democratici, delle altre nazioni, avrebbe inoltre potuto meglio mettere in evidenza le specificità di quello italiano. È probabile tuttavia che questo sia stato frutto di una scelta dell’a., per non ridurre il rigore del libro, che dà in ogni caso un contributo importante alla storiografia del movimento della pace in Italia. Giovanni Aldobrandini Miriam Davide, Pietro Ioly Zorattini (a cura di), Gli ebrei nella storia del Friuli Venezia Giulia. Una vicenda di lunga durata, Firenze, Giuntina, 372 pp., € 35,00 Il volume presenta gli atti di un convegno internazionale organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah a Ferrara nel 2015 e contiene 20 contributi di impostazione e qualità eterogenea, che spaziano cronologicamente dall’alto Medioevo al ’900. Nell’Introduzione i curatori sottolineano il legame dell’iniziativa con il precedente convegno intitolato Il mondo ebraico (1989), i cui atti furono pubblicati nel 1991 a cura di Giacomo Todeschini e Pier Cesare Ioly Zorattini. Mentre gli anni ’90 hanno rappresentato una fase di fermento e crescita degli studi sull’ebraismo italiano, oggi il dibattito è fermo e scarseggiano novità editoriali di rilievo. Questa pubblicazione è dunque più che benvenuta, anche se l’unico filo conduttore è l’area geografica di riferimento, e questo non consente di mettere a fuoco nodi problematici e proposte metodologiche. Sarebbe stato utile introdurre suddivisioni tematiche interne, per agevolare la lettura del volume. Tra i contributi che interessano l’età contemporanea, si segnalano quelli che si concentrano sui temi più rilevanti per la storia ebraica contemporanea e, in particolar modo, sull’integrazione sociale, economica e culturale. Il problema dell’integrazione delle élite ebraiche è messo bene a fuoco – nel caso di Udine – da Emanuele D’Antonio, che segue gli acquisti di proprietà immobiliari e la partecipazione ad attività filantropiche e ai circuiti di sociabilità attraverso i quali la famiglia Ventura si ritagliò uno spazio rilevante nel tessuto sociale ed economico cittadino ben prima dell’emancipazione. Sempre sull’integrazione delle élite è interessante il saggio di Anna Millo che si concentra soprattutto sugli imprenditori «di origine ebraica» (p. 207) a Trieste fra ’800 e ’900, in particolare sulle Assicurazioni Generali e la Riunione Adriatica di Sicurtà. Di sionismo – dalle origini agli anni ’30 – si occupa Marco Bencich, che descrive l’evoluzione del movimento a partire dall’esperienza del «Corriere Israelitico» in una chiave che appare un po’ apologetica e poco analitica. Pietro Ioly Zorattini presenta alcuni dati sulle conversioni al cattolicesimo a Udine e Gorizia nell’800, senza però offrire spunti interpretativi su un tema che resta complessivamente poco esplorato dalla storiografia. Il contributo di Lois Dubin Why Trieste? problematizza il mito di Trieste e le categorie a cui è associato, ricordandoci che diversità/eterogeneità e cosmopolitismo non sono necessariamente sinonimi. Uscendo dalla dimensione locale, si chiede perché il caso triestino è rilevante per la storia ebraica europea, con riferimento ad emancipazione, acculturazione, e alla categoria – da lei stessa coniata e ampiamente discussa nel dibattito internazionale – di «port Jews» (pp. 198-199). Gli altri autori che si occupano di ’800 e ’900 sono Valerio Marchi, René Robert Moehrle sui rapporti dei consoli tedeschi a Trieste fra 1919 e 1945, Maddalena Del Bianco Cotrozzi, Marco Grusovin su Isacco Samuele Reggio, Fulvio Salimbeni su Graziadio Isaia Ascoli, Livio Vasieri, Mauro Tabor sulla frattura della Shoah. Carlotta Ferrara degli Uberti Carlo De Maria, Le biblioteche nell’Italia fascista, Milano, Biblion, 355 pp., € 25,00 Il volume di Carlo De Maria ha origine da una tesi in storia dell’amministrazione pubblica elaborata nel 2008-2009 alla Scuola speciale per archivisti e bibliotecari di Roma con Guido Melis e Antonella Meniconi: l’a. correttamente ne ricorda le «coordinate» iniziali, utili per inquadrarne le finalità e il carattere di ricerca allora pionieristica, perché solo da pochi anni aveva preso avvio una nuova, oggi nutrita, fioritura di studi sulla storia delle biblioteche italiane in età contemporanea e ancora non si disponeva degli strumenti e degli approfondimenti che questo campo offre oggi. La ricerca, basata su uno scavo approfondito nelle carte della Direzione generale Accademie e Biblioteche (la prima istituita dal fascismo, nel 1926) presso l’Archivio centrale dello Stato – circa 500 buste –, focalizza alcuni temi particolarmente stimolanti, dai progetti di riforma del settore al confronto fra tecnici e amministrativi, dalla questione degli organici e del reclutamento del personale all’impiego femminile, fino all’impatto delle leggi razziali e dei provvedimenti censori. L’a. ha arricchito il volume di Appendici su personale e statistiche, e su diverse aree regionali, oltre ad aver aggiornato riferimenti bibliografici e notizie sia agli studi recenti di maggiore importanza sul periodo sia a vari contributi specializzati. Senza nulla togliere all’interesse del volume né alla qualità dell’indagine, acuta e precisa, dell’a., mi pare utile avvertire che il quadro offerto, a partire essenzialmente dalle carte dell’Amministrazione centrale e dallo spoglio della sua rivista «Accademie e biblioteche d’Italia», può essere oggi arricchito, anche di chiaroscuri e zone in ombra, dai lavori degli ultimi anni, soprattutto su due direttrici, che si sostengono reciprocamente. Da una parte, numerosi approfondimenti biografici consentono ormai di conoscere abbastanza bene protagonisti e comprimari, che fino a qualche anno fa erano soltanto dei nomi: basta ricordare, a parte i tanti singoli contributi, i dizionari biografici dei direttori generali e dei soprintendenti bibliografici editi dalla Bononia University Press nel 2011, oltre all’ampliamento del Dizionario dei bibliotecari in rete (http://www.aib.it/aib/editoria/dbbi20/dbbi20.htm). Dall’altra, è diventato essenziale lo scandaglio delle fonti non amministrative, non ufficiali, a partire dai carteggi dei bibliotecari, secondo l’indicazione del saggio di Simonetta Buttò su «Le carte e la storia» del 2004. Se già le buste della Direzione generale conservano spesso un «doppio carteggio» – l’a. ha ben sfruttato, p. es., la busta 276 «Corrispondenza privata dei direttori» –, a questi si aggiungono fitte corrispondenze parallele fra «tecnici», documentate soprattutto dal vasto carteggio dell’ispettore generale Luigi De Gregori conservato presso l’Associazione italiana biblioteche. Con queste avvertenze, il volume di De Maria costituisce un’ottima monografia di riferimento sul suo tema, che mancava e sarà di utilità per gli studiosi sia di storia del fascismo che di storia delle biblioteche. Alberto Petrucciani Carlo De Maria (a cura di), Fascismo e società italiana. Temi e parole chiave, Bologna, Bradypus, 415 pp., € 30,00 Mutuando il titolo di un noto volume del 1973 curato da Guido Quazza, questo contributo collettaneo alla storia del fascismo si compone di voci e temi elaborati da studiosi che potremmo definire della «giovane generazione». Si tratta di una operazione non nuova in anni recenti, a dimostrazione di una diffusa sensibilità a rileggere le impostazioni storiografiche «classiche» sul fascismo da parte degli allievi di coloro che ne animarono il dibattito nella seconda metà del ’900. Origine della raccolta di saggi, un seminario a Forlì del 2016 che ha visto confrontarsi alcuni studiosi del fascismo, impegnati in ricerche di storia locale (non solo la «provincia del duce») e su tematiche più generali. L’operazione, di per sé meritoria, pone alcune perplessità sui criteri di scelta dei temi e delle parole chiave proposte, mancando una riflessione introduttiva che dia le ragioni di presenze e assenze. Se la società appare al centro dell’indagine, così come la dialettica centro-periferia, rilevo la presenza di voci non così centrali, soprattutto a fronte di alcune mancanze. Questi i temi, proposti in ordine alfabetico: architettura, bambini, biblioteche, bonifica, censura libraria, cinematografia, colonie di vacanza, cooperative, doni (a Mussolini), editoria, eugenetica, fascismo rurale, ferrovie, istituti tecnici industriali, lavoro, migrazioni, oppositori, parole (iscrizioni), precursori, psichiatria, Romagna, scuola, sindacalismo, sport, università. Non sorprende che la qualità dei singoli contributi risulti variabile, a partire dalla diversa maturità storiografica degli studiosi (presenze e assenze nelle bibliografie citate danno conto di queste differenze), e in effetti, in un volume indicizzato per parole chiave, alcuni concetti dalle implicazioni particolarmente vaste (penso soprattutto a «totalitario», «consenso» e «modernizzazione») mi paiono utilizzati ed evocati a volte in modo troppo disinvolto e poco problematizzato. Nell’impossibilità di entrare nel merito delle singole voci, segnalo almeno gli approfondimenti sull’organizzazione del lavoro di fabbrica e sul sindacalismo fascista (lo sguardo su Venezia e Marghera ci offre, ad esempio, l’immagine di un operaismo che non fa distinzione fra partito e sindacato), le ricerche stimolanti su istruzione, gioventù, politiche editoriali e organizzazione di cultura e tempo libero. Nel suo insieme la lettura del volume ci fa domandare chi ne sia il destinatario, a chi si rivolga. Come strumento didattico può essere utile nella sua doppia declinazione di indagine locale e nazionale, fornendo approfondimenti sulla società italiana durante il fascismo che integrano sguardi su territori circoscritti a letture d’insieme. Ma in definitiva – come il fascicolo monografico di «Studi storici» del 2014 Fascismo: itinerari storiografici da un secolo all’altro – il maggior pregio del volume mi pare sia il tentativo di messa a punto storiografica, che ci restituisce la misura della crescita degli studi settoriali sul fascismo, come ben segnalato da De Maria nella sua utile Introduzione. Simone Duranti Alessandra De Nicola, La libertà di stampa è tutto. Mario Borsa, cinquant’anni di giornalismo democratico, Soveria Mannelli, Rubbettino, 360 pp., € 19,00 Mario Borsa (1870-1952) è noto soprattutto per il ruolo che svolse dopo la Liberazione alla guida del «Corriere della Sera» (uscito dal maggio 1945 al maggio 1946 come «Corriere d’Informazione», poi con la sua testata storica) per circa quindici mesi. In particolare si ricorda l’impegno a favore della Repubblica profuso allora dal quotidiano di via Solferino in occasione del referendum istituzionale, proprio su impulso di Borsa. Allo stesso modo il conflitto con la proprietà del giornale (vale a dire la famiglia Crespi), che indusse il direttore a dimettersi il 5 agosto del 1946, è interpretato come un’avvisaglia della restaurazione moderata che andava affermandosi dopo la stagione della Resistenza. Tutto questo è vero, ma è anche troppo poco. Così, nota giustamente Alessandra De Nicola nella sua ricca (ma non sempre precisa) biografia, si finisce per far «apparire Borsa come una meteora ritrovatasi quasi accidentalmente a una direzione importante» (p. 22). Invece era una personalità di grande spessore culturale, oltre che di salda dirittura morale. E può sembrare un paradosso che il suo nome sia legato indissolubilmente al «Corriere della Sera», in quanto la sua precedente esperienza giornalistica si era svolta quasi tutta al «Secolo», giornale che a Milano era il diretto concorrente della testata diretta da Luigi Albertini. D’altronde Borsa professava sin da ragazzo, anche per la vicinanza personale a Filippo Turati e Anna Kuliscioff, idee democratiche molto più a sinistra del liberalismo piuttosto conservatore, per quanto moderno e illuminato, di cui era portavoce il «Corriere». In ben maggiore sintonia con il suo orientamento era appunto il radicalismo del «Secolo», per il quale fu dal 1898 corrispondente a Londra, poi caporedattore dal 1911 al 1918, quindi firma di punta (ma progressivamente emarginata) fino al 1923. Nato in una cascina della campagna lombarda, Borsa era curioso del mondo e maturò nel soggiorno inglese un forte attaccamento alle istituzioni rappresentative e alla libertà di stampa. Era anche per vocazione un antimilitarista, ma finì per caldeggiare l’intervento dell’Italia nella Grande guerra contro le mire imperiali della Germania e dell’Austria-Ungheria, registrando così una prima «convergenza», per molti versi «strana» (p. 153), con il rivale Albertini. Più tardi sarebbero stati entrambi avversari delle camicie nere e Borsa, fuoriuscito dal «Secolo» caduto sotto l’influenza fascista, avrebbe trovato un provvisorio rifugio al «Corriere», destinato anch’esso a capitolare. Quindi, non più giovane e perseguitato, si sarebbe guadagnato il pane sotto il regime grazie al lavoro di corrispondente per il «Times» di Londra, modello a cui Albertini si era sempre ispirato. Dunque il paradosso non è affatto tale: in tempi funestati da despoti che facevano strame dei diritti, due uomini legati ai valori della civiltà liberale, anche se su posizioni politiche divergenti, erano destinati a incontrarsi nella stessa trincea. E non ci fu davvero nulla di strano se Borsa nel 1945 andò a occupare il ruolo che così a lungo era stato di Albertini. Antonio Carioti Marco De Paolis, Paolo Pezzino, La difficile giustizia. I processi per crimini di guerra tedeschi in Italia 1943-2013, Roma, Viella, 168 pp., € 20,00 Assai prezioso per chiarezza espositiva e per l’autorevolezza dei due aa., il volume ricostruisce la storia della mancata giustizia postbellica per i crimini di guerra nazisti sul territorio italiano. Pezzino affronta il lungo dopoguerra italiano a partire dalla peculiare condizione di paese vittima di stragi di civili e, al contempo, di Stato protettore di quei miliari italiani macchiatisi di crimini di guerra, mai estradati né puniti. La narrazione dà conto sia dell’atteggiamento delle autorità alleate e italiane nell’identificazione dei crimini e dei responsabili, sia di quella mentalità caratteristica di larga parte del mondo militare tendente a proteggere i colpevoli per ragioni corporative e patriottiche (come pure di opportunità politica per un paese che aderisce al blocco occidentale), ma anche della non considerazione del rispetto dei diritti umani e della vita delle popolazioni civili di fronte alle azioni criminali perpetrate dall’occupante in armi. Pezzino è abile nell’esaminare in parallelo l’interesse italiano al riconoscimento del diritto di gestire le azioni giudiziarie contro i responsabili tedeschi e quello a scongiurare il rischio di denuncia dei crimini italiani su civili e prigionieri di guerra, che tanto avrebbe potuto impattare sulla coscienza nazionale e sul conseguente uso pubblico del passato fascista. In seguito alla rinuncia alleata a perseguire i crimini tedeschi in Italia, fu la normalizzazione politico-culturale postbellica a caratterizzare l’attività inquirente e giudiziaria degli organismi giudiziari italiani che insabbiarono ben presto vicende e responsabili, fino alla scoperta di quell’«armadio della vergogna» illegalmente realizzato nel 1960 dalla Procura generale militare di Roma. Ma Pezzino non si limita alla ricostruzione delle decisioni politiche e giudiziarie e richiama puntualmente la necessità di una cultura della riparazione che dai tribunali possa passare alla coscienza civile degli uomini di oggi attraverso una corretta e non reticente analisi delle responsabilità. Il saggio di De Paolis ricostruisce l’indagine penale svolta dal 1994 sui processi per crimini di guerra verificatisi in Italia sui civili e all’estero sui prigionieri italiani. La disamina delle due fasi, fra lento invio dei fascicoli alle procure competenti, archiviazioni e istruzione dei processi (la Procura di La Spezia, per ragioni storico-territoriali e per l’impegno del suo esiguo personale ne è stata la principale protagonista), non si limita al piano tecnico-giuridico, ma entra in merito alle scelte e opportunità politiche e alle sensibilità operanti fra attività governativa, parlamentare e giudiziaria. Da apprezzare la nettezza e l’ispirazione civile con la quale De Paolis definisce la grave sottovalutazione «del problema giudiziario e politico costituito dal ritrovamento dei fascicoli occultati» (p. 97). Agli aa. appare chiaro che la trascuratezza e il lassismo che hanno accompagnato le attività giudiziarie sul tema dei crimini di guerra sono conseguenti a imbarazzi di natura politica di fronte a una giustizia penale balbettante e tardiva. Simone Duranti Antonio De Rossi, La costruzione delle Alpi. Il Novecento e il modernismo alpino (1917-2017), Roma, Donzelli, 655 pp., € 42,00 In questo volume Antonio De Rossi ripercorre un secolo di tecniche, esperienze, immaginari e discorsività relative all’ambiente alpino lungo una linea interpretativa che apre a diverse discipline e tematiche. A ricomporre la varietà dei temi trattati è il paradigma del modernismo alpino ovvero la tesi secondo cui dalla fine dell’800 alle soglie dell’ultimo millennio l’ambiente montano è stato investito da un processo di modernizzazione realizzato attraverso la traslazione della civiltà urbana nei territori alpini e di cui il turismo ha rappresentato il principale vettore di spinta alla modernità. A dare il via al cambiamento è la promozione dell’utilizzo in alta quota di mezzi meccanici e tecnologici come l’automobile, l’aeroplano e gli sci industriali e da discesa, che mutano non solo l’articolazione materiale del paesaggio, ma stabiliscono altresì una nuova relazione tra corpo e ambiente basata sull’idea di velocità, di cui tecnica e tecnicismo costituiscono il principale device. Tale processo subisce una potente accelerazione tra anni ’20 e ’50, nel corso dei quali si assiste a una vera e propria mutazione paradigmatica del territorio alpino e della sua concettualizzazione attraverso l’applicazione traslata in montagna di tecniche moderne di architettura e ingegneria. Segnano questa stagione la costruzione delle funivie e degli impianti di risalita in genere, la realizzazione delle nuove strade di montagna, anche note come Hochalpenstrassen, adatte alla percorrenza automobilistica, la diffusione di dighe, ponti e centrali idroelettriche e l’edificazione degli chalet du skier e degli Sporthotel, che soppiantano gli ottocenteschi ed elitari Grandhotel. È questa l’epoca di consolidamento del modernismo alpino, ben rappresentato dalla supremazia tecnologica tedesca, capace di ridisegnare attraverso interventi tecnologici localizzati il sistema turistico alpino: accanto alle tradizionali mete svizzere si affermano, infatti, in questi anni Garmisch e diverse altre stazioni invernali delle Alpi centro-orientali. Turismo sportivo e nuovi standard di consumo diventano l’atout di regioni e città di montagna costruite o ripensate ex novo, nell’ambito di un generale piano di reinvenzione e rigerarchizzazione del territorio alpino che conosce la sua epoca d’oro negli anni ’60. All’apice di questa parabola, accompagnata da uno spopolamento epocale delle montagne, ha inizio la crisi di questo modello di «uso e costruzione dello spazio» (p. 4), nel quadro di una trasformazione che investe l’intero modello di sviluppo. Dagli anni ’70 in avanti le visioni associate alla montagna si diversificano e al modello della città traslata si affianca la ricerca di un spazio alpino altro, caratterizzata da una nuova sensibilità ambientale e di rispetto per il patrimonio storico. Secondo De Rossi è l’inizio di un nuovo paradigma, quello della patrimonializzazione delle Alpi, per la costruzione di un paesaggio innanzitutto culturale e storico, in cui natura, cultura e storia si fondono per restituire una immagine rigenerata della modernità. Fiammetta Balestracci Nicola Del Corno, Giovani, socialisti, democratici. La breve esperienza di «Libertà!» (1924-1925), Milano, Biblion, 196 pp., € 20,00 L’interessante volume tratta l’attività del quindicinale dei giovani del Psu. «Libertà!» fu pubblicato per poco più di un anno dal gennaio 1924 e, pur avendo avuto una storia breve e travagliata per i frequenti sequestri subiti, rappresentò una palestra per giovani militanti e intellettuali che, con la piena affermazione del regime, sarebbero divenuti esponenti di primo piano dell’antifascismo organizzato e del socialismo, sconfitto dalla violenza ma capace poi di rinascere. Tra i giovani unitari, intenti a progettare una società nuova nonostante l’assenza di reali spazi di libertà, vi furono Basso, Faravelli, Tremelloni, Veratti, Greppi (direttore e, nel secondo dopoguerra, stimato sindaco di Milano), senza dimenticare che tra gli altri collaboratori del giornale vi furono Rosselli, Gobetti, Ascoli e Gentili. Ma scrissero su «Libertà!» anche dirigenti del Psu e intellettuali maturi, tra cui Turati, Matteotti, Zibordi (primo direttore), Arturo Labriola, Alessandro Levi, Ugo Guido e Rodolfo Mondolfo. «Noi e gli altri» fu tra le rubriche più costanti, «scritta, e quasi mai firmata, con lo scopo di definire con chiarezza e altrettanta nettezza le differenze teoriche e pratiche che esistevano soprattutto con le organizzazioni giovanili degli altri partiti e movimenti di sinistra» (p. 28). Duri i contrasti coi massimalisti di «Gioventù socialista» e coi comunisti di «Avanguardia», soprattutto sull’esito del 1917 russo. Gli unitari negavano l’identificazione tra rivoluzione e dittatura bolscevica, evidenziando l’assenza di pluralismo in Urss e l’uso sistematico della violenza contro le altre anime antizariste, a cominciare dai socialisti rivoluzionari. Una disputa ideologica, quella coi comunisti, che riguardò anche il contesto nazionale e testimoniò l’odio politico che serpeggiava tra le varie articolazioni del movimento operaio, che ostacolò ogni accordo tra gli antifascisti e fu centrale per il successo del duce. Ampio spazio è fornito alle nove Lettere ai giovani di Levi, preoccupato «di mostrare ai suoi lettori come fosse possibile coniugare il prezioso lascito risorgimentale soprattutto da un punto di vista ideale e morale – e quindi Mazzini e Cattaneo in primis – con le mai sopite aspirazioni a voler cambiare gli assetti della società proprie della giovane età» (p. 47). Le lettere suscitarono «riflessioni sul rapporto tra giovani, politica ed etica, soprattutto a proposito dell’evento dirimente della grande guerra» (p. 64); ne scrissero Greppi, Rosselli, Falco, Enrico Sereni e U.G. Mondolfo. Su altri temi i giovani unitari dibatterono anche con gli esponenti più anziani del Psu: revisionismo, socialismo e riformismo, democrazia e difesa del Parlamento, politica di classe e ceti medi, patria e internazionalismo (centrali le riflessioni su Jaurès). Laterale la questione femminile, trattata da Giulia Gentili Filippetti. Attenzione al laburismo inglese e, soprattutto, al fascismo: quali le cause e il suo futuro? Proprio sul futuro gli unitari, non da soli, sbagliarono. Il tramonto del regime non era prossimo, ma l’ottimismo della volontà lasciò presto il posto al pessimismo della ragione. Andrea Ricciardi Andrea Dessardo, Le ultime trincee. Politica e vita scolastica a Trento e Trieste (1918-1923), Brescia, La Scuola, 357 pp., € 22,00 A partire dalla seconda metà dell’800, nell’Austria-Ungheria degli Asburgo le scuole divennero sempre più vere e proprie trincee dello scontro nazionale tra le diverse componenti linguistiche dell’Impero. Dopo la Grande guerra e i conseguenti ridisegni territoriali, il mondo dell’istruzione non perse la sua centralità come luogo di ridefinizione delle appartenenze nazionali, piuttosto la accentuò, specie nei territori di confine. Il libro di Dessardo analizza le vicende di queste «ultime trincee» nelle province appena annesse all’Italia. I territori presi in considerazione sono il Trentino e la Venezia Giulia. La semplice scelta di superare i confini regionali e di analizzare le politiche educative in entrambe le aree geografiche rappresenta un positivo elemento di novità e una via obbligata se si vuole restituire in maniera organica l’atteggiamento degli organi centrali di governo. Meno convincente è la scelta di non considerare nell’analisi il territorio dell’Alto Adige, che assai più del Trentino avrebbe offerto spunti di riflessione comparativa con la Venezia Giulia. Mentre Trento e il suo territorio erano infatti compattamente italiani, Sudtirolo e Venezia Giulia si caratterizzavano per la presenza numerosa (e nel territorio di Bolzano largamente maggioritaria) di popolazioni di altra lingua. Di Alto Adige si parla soltanto in una quarantina di pagine della terza e ultima parte del volume, dove a partire da alcuni frammenti archivistici si approfondiscono temi e vicende che forse più utilmente si sarebbero potuti ampliare e integrare nella trattazione generale. Dopo aver tracciato un quadro preciso e approfondito delle differenze, non solo etnico-linguistiche, ma anche politiche e sociali dei due territori presi in esame, l’a. passa ad analizzare la vita scolastica nelle zone occupate durante la guerra e poi, soprattutto, nei territori destinati all’annessione nell’immediato dopoguerra. Più che all’organizzazione del sistema scolastico, l’attenzione è rivolta agli insegnanti, allo sforzo di educazione nazionale che le autorità dello Stato esercitarono nei loro confronti, incontrando resistenze talvolta inaspettate. Anche i settori della classe magistrale che avevano accolto l’Italia con maggior convinzione patriottica espressero forme di malcontento di fronte alle ipotesi di totale cancellazione delle precedenti esperienze didattiche. Gli insegnanti rivendicarono il proprio passato di esponenti di una tradizione che aveva consentito di ridurre al minimo l’analfabetismo e che ora si voleva cancellare nel nome della piena uniformità del sistema educativo sull’intero territorio nazionale. Un elemento di divisione fu anche il diverso trattamento della religione cattolica nelle aule scolastiche. L’avvento del regime fascista avrebbe imposto presto la piena integrazione della scuola delle nuove province in quella italiana, ponendo le basi anche per una rapida cancellazione delle scuole in altra lingua. Andrea Di Michele Francesca Di Giulio, Federico Cresti (a cura di), Rovesci della fortuna. La minoranza italiana in Libia dalla seconda guerra mondiale all’espulsione 1940-1970, Roma, Aracne, 144 pp., € 10,00 La nota positiva del volume collettaneo è che tutti i cinque contributi raccolti hanno una base documentaria solida e inedita: in un caso si tratta di alcune fonti orali registrate in Italia e in Libia e negli altri casi di fonti d’archivio per lo più rintracciate presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri o altri archivi italiani. Nel suo insieme il volume indaga la complessa vicenda politica e sociale della comunità italiana nella Libia in transizione, dal colonialismo all’indipendenza, dagli anni ’40 agli anni ’60. Peccato che la ricchezza dei documenti si appiattisca su un’analisi tutta incentrata sul dato italiano: i comunisti italiani di Libia (Luigi Candreva), le vicende della Società Dante Alighieri (Stefania De Nardis), la conta degli italiani (Francesca Di Giulio) e gli attriti con gli occupanti inglesi (Luigi Scoppola Iacopini). La sola eccezione è rappresentata dal bel saggio di Chiara Loschi che si intrattiene e si interroga sulle memorie degli italiani di Libia dopo la fine del colonialismo nel quadro di una società postcoloniale che negli anni ’60 è ancora visibilmente «stratificata» (p. 107) e connotata in termini divisivi (italiani e libici). Eppure, proprio dalle memorie private, piuttosto che dai documenti ufficiali, esce una percezione dell’alterità dei libici «raramente malevola» (p. 112). Per gli altri contributi la Libia e i libici letteralmente non esistono, così come non esistono le ragioni che portarono il regime rivoluzionario di al-Qadhdhafi all’espulsione in massa degli ultimi italiani nel 1970. Viene da pensare che sia una voluta avvertenza per il lettore quella che si legge nella premessa del curatore senior, Federico Cresti, che rammenta come il volume raccolga i «contributi di alcuni giovani studiosi» (p. 9): non vi è ovviamente nulla di male a considerare come oggetto di studio privilegiato la comunità italiana, ma l’ignorare volutamente l’ampiezza delle ricerche pubblicate da specialisti del colonialismo italiano (siano essi africanisti o contemporaneisti) rischia di consegnare il volume uscito nel 2016 direttamente alla storiografia degli anni ’80. Tanto più che la collana «Africa. La ricerca e la storia» dell’editore Aracne dichiara di voler accogliere lavori di ricerca rilevanti per cogliere «l’analisi dei processi di interdipendenza mondiali […] in un ambito africanistico» (p. 3). Crea infine un certo imbarazzo l’affermazione della curatrice junior, Francesca Di Giulio, che nell’Introduzione dice: «L’esodo degli ebrei e poi degli italiani ha cambiato l’aspetto della società libica, non più aperta alla diversità, ma chiusa in una angosciante lotta per la costruzione della propria identità nazionale» (p. 16). Davvero la pluralità sociale e culturale del paese è riducibile alla presenza di italiani ed ebrei e davvero quel passato coloniale al quale gli italiani, volenti o nolenti, rimandavano fu un periodo di apertura agli altri? Antonio M. Morone Loreto Di Nucci, La democrazia distributiva. Saggio sul sistema politico dell’Italia ica, quanto nella crisi del 1860 e poi nella fase successiva di consolidamento dello Stato unitario, è sempre stata presente una solida relazione tra settori malavitosi e sistema politico. La tesi è che i gruppi criminali erano funzionali ai disegni dei settori politici che hanno insistito sulle vicende meridionali, e a loro volta le organizzazioni malavitose ne sono state condizionate. Si tratta di una ipotesi su cui hanno lavorato anche altri studiosi, ma che da Ciconte viene largamente ampliata, per proporre una originale interpretazione del processo unitario. Per l’a., al centro di questa esperienza è l’intensa e violenta conflittualità che caratterizza il processo politico meridionale nei decenni tra l’età di Ferdinando II e la crisi di fine secolo. Lo scontro politico, il ripetersi di rivoluzioni, delle guerre e dei conflitti interni assegna un ruolo centrale alla violenza. A suo avviso, nel fondo, le dinamiche del conflitto nel Regno delle Due Sicilie e nell’Italia unita sono strettamente connesse a gruppi sociali meridionali, divisi. L’a. li divide secondo fasce tradizionali. Sono i grandi ceti proprietari, la borghesia emergente e i gruppi popolari a sviluppare diverse tipologie di azione armata. La violenza marca la dialettica tra questi attori socio-economici e, secondo l’a., diventa occasione di apprendistato, oltre che di inserimento, per i gruppi criminali. Questi formano i loro capi e le loro élite in tale contesto. Sviluppano innovative forme operative ed evolute pratiche relazionali, capaci di accumulare ricchezze e districarsi anche nelle più complicate fratture politico-istituzionali del Mezzogiorno risorgimentale. L’a. ampia la propria tesi invertendo lo schema, e assegnando anche alla malavita la capacità di condizionare linguaggio e comportamenti della politica scegliendo, soprattutto nei casi di Palermo e di Napoli, alcune delle loro leadership più famose. Il lavoro, che utilizza la bibliografia classica e quella più recente, oltre che alcuni scavi archivistici, si inserisce pertanto in questo filone di rilettura dell’unificazione nel Mezzogiorno, agganciandosi alle più calde novità del dibattito pubblico.


Carmine Pinto