SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell'esercito italiano 1915-1918

Bruna Bianchi

Roma, Bulzoni, pp. 566, euro 36,16 2001

Il volume raccoglie vent'anni di ricerche sulla Grande Guerra di Bruna Bianchi, dai suoi noti studi sulle nevrosi di guerra degli anni '80, qui rielaborati e riassunti, a quelli più recenti sulla diserzione e sui momenti di fraternizzazione in trincea fino a un contributo nuovo sui processi agli ufficiali. Le fonti sono davvero ampie: memorialistica, letteratura di guerra, studi italiani e inglesi (soltanto Gibelli viene dimenticato) e soprattutto ricerche molto vaste negli archivi degli ospedali psichiatrici e in quelli della giustizia militare, per la prima volta affrontati malgrado lacune, disordine e difficoltà di consultazione (circa 1.300 procedimenti contro soldati e una selezione di un corpo di 3.000 contro ufficiali). Questi diversi filoni compongono un quadro di grande ricchezza, inevitabilmente frammentario, ma accompagnato da utili elaborazioni statistiche, che vuole documentare ?la profondità e la radicalità dell'opposizione alla guerra? su due versanti incrociati, la ribellione aperta e l'analisi delle reazioni individuali (pp. 15-6). Un obiettivo certamente raggiunto, anche la descrizione della macchina repressiva è di grande efficacia. Enumerare i molti temi trattati non è possibile, ci limitiamo a alcune osservazioni stimolanti, per esempio che la diffusione delle diserzioni all'interno, le ?visite a casa? di contadini pur abituati all'obbedienza, nascono da una protesta contro la mancanza di rispetto verso i soldati che porta alla rottura con l'istituzione militare. Molti aspetti della brutalità della repressione poi appaiono dovuti alla debolezza dei modelli di comportamento per i giovani ufficiali, alla precarietà del loro ruolo tra massima discrezionalità verso i sottoposti e assoluta soggezione verso i superiori. Di grande interesse e novità l'analisi dei reati commessi dagli ufficiali, verso cui peraltro i tribunali dimostravano generalmente una comprensione quasi sempre negata ai soldati. Ci sembra però eccessivo dedurre da questi processi l'esistenza di un dissenso degli ufficiali (p. 394), i casi di reale rifiuto sono limitati, una frangia di comportamenti criminali esiste in ogni corpo ufficiali e non implica di per sé una protesta contro la guerra. Veniamo così al limite del volume, che sta nell'isolare rifiuto e repressione dal contesto complessivo della guerra. Che è di per sé brutalità e assassinio di massa, con impiego di strumenti sia terroristici sia raffinati per ottenere consenso e sacrificio degli uomini. Lo storico non può fermarsi alla descrizione degli orrori della guerra, ne deve anche studiare i meccanismi magari abbietti, ma articolati. Per fare un piccolo esempio, non ci si può limitare a denunciare la brutalità di molti processi per diserzioni ?giustificabili? senza distinguere tra le drammatiche condanne all'ergastolo o venti anni di galera e quelle più frequenti fino a sette anni, prive di conseguenze pratiche perché prima sospese poi amnistiate.


Giorgio Rochat