SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Da Ottone di Sassonia ad Angela Merkel. Società, istituzioni, poteri nello spazio germanofono dall'anno Mille a oggi

Brunello Mantelli

Torino, UTET, XVIII-301 pp., euro 22,50 2006

Quella di Mantelli è la prima storia critica della Germania dal Medioevo fino a oggi scritta da uno studioso italiano. Come indica il sottotitolo, più precisamente si tratta della storia di uno spazio geopolitico dai confini altamente variabili, ma dotato di tratti linguistici comuni piuttosto che della storia di una «nazione» o di uno «Stato» in senso moderno, visto che i tedeschi per molti secoli non hanno costituito né l'una né l'altro. Articolato in 26 capitoli, più cartine e bibliografia essenziale, il libro privilegia la dimensione politico-istituzionale, senza però trascurare cesure e momenti di svolta né il ruolo di singole figure leader nella storia tedesca. Grazie anche ad un ricco apparato di note, l'opera offre al lettore un quadro tanto ampio quanto dettagliato di costellazioni e sviluppi illuminati da un'interpretazione puntuale e in molta parte innovativa, basata sulla recentissima letteratura specialistica, come ad esempio nella trattazione delle libertà civili frühbürgerlich, conquistate nelle rivoluzioni della prima età moderna, origine di una tradizione liberale degli Stati sud-occidentali. Questa rilettura in chiave antiautoritaria rappresenta l'aspetto più originale di un lavoro che si propone di confutare le idee stereotipate di una storia culminata nella dittatura nazionalsocialista. Ad una tale visione, che secondo l'autore si sposa ad una concezione etnico-essenzialista del popolo germanico, si contrappone un concetto di storia aperta, non determinata se non per la sua collocazione in un contesto europeo con cui, nel bene e nel male, è destinata ad interagire. La Germania, in questa minuziosa ricostruzione, non percorre un Sonderweg, una via particolare, come hanno sostenuto numerosi studiosi da Ralf Dahrendorf a Jürgen Kocka e Hans-Ulrich Wehler. Per loro, il paradigma della mancata modernizzazione tedesca in senso liberal-democratico- capitalistico di tipo anglosassone non solo spiegava in ultima analisi l'avvento del regime di Hitler, ma rappresentava anche, dopo il 1945, una colonna portante «della consapevolezza di una nuova politica necessariamente orientata a far rientrare la Germania nel circolo delle nazioni civili, liberali e pacifiche» (Kurt Sontheimer). Questa master-narrative postbellica si è andata attenuando, e parallelamente si è rafforzata la tendenza, condivisa anche da Mantelli, alla «storicizzazione» del passato tedesco insieme all'abbandono di interpretazioni lineari in favore di una più accentuata messa in risalto di possibili storie «alternative», per esempio nel caso della rivoluzione del 1918 e della democrazia di Weimar, giudicata il primo esperimento repubblicano tentato in terra tedesca «dall'esito tutt'altro che obbligato» (p. 159). In effetti, il peso dato alle questioni costituzionali e alle forze sociali fa emergere i tanti snodi conflittuali e contrasti interni di una società multiforme la cui storia secondo l'autore va ricostruita non come compimento di un destino (neanche nei termini di un necessario sbocco europeo nel secondo dopoguerra), ma come un susseguirsi di decisioni e sviluppi dotati di una loro logica storico-contingente, e non di natura quasi metafisica.


Christiane Liermann