SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il confino fascista. L'arma silenziosa del regime

Camilla Poesio

Roma-Bari, Laterza, 204 pp., Euro 20,00 2011

Il confino politico fu istituito col T.U. delle leggi di pubblica sicurezza, approvato con r.d. del 6 novembre 1926, nel più ampio quadro delle leggi eccezionali «per la difesa dello Stato» introdotte dal ministro dell'Interno Federzoni in seguito al fallito attentato a Mussolini del 31 ottobre. Il regime fascista, in realtà, non inventò ex novo tale istituto perché esso esisteva già, sebbene avesse la diversa denominazione di domicilio coatto. Il fascismo, tuttavia, non si limitò a riesumare tale strumento repressivo, ma lo rafforzò e impiegò in maniera stabile, rendendo permanente lo stato d'emergenza per via del quale era stato introdotto, e trasformando l'eccezionalità in normalità. Il confino politico fu ampiamente utilizzato come misura di prevenzione, perché «risultò essere uno strumento snello e veloce per colpire quelle categorie che non erano imputabili tramite il sistema giudiziario» (p. 11), e talvolta come misura di sicurezza per impedire la liberazione di oppositori politici che avevano finito di scontare il periodo di detenzione o di confino. Risultò pertanto uno degli strumenti più efficaci della macchina repressiva fascista, perché permise di estendere in modo significativo il potere della polizia e di superare quelle «rigidità» dello Stato di diritto (come il principio di legalità formale, riassunto nella formula nullumcrimen, sine lege) che ostacolavano la piena realizzazione della dittatura. L'a. ha affrontato il tema del confino analizzandolo nei suoi aspetti più importanti, ma anche cercando di individuare percorsi nuovi, spaziando fra diverse discipline e intrecciando i documenti con la crudezza e la vivacità della memorialistica. Oltre alle questioni legislative, giuridiche e amministrative ad esso inerenti, l'a. racconta cosa significasse concretamente vivere nelle isole (o paesi) di confino alle prese con le rigide norme regolamentari, le cattive condizioni igieniche e sanitarie, la violenza fisica e psicologica, le insidie dello spionaggio e della delazione. Ma anche mostrando la grande forza morale dei politici confinati e il desiderio di mantenerla anche nelle situazioni più difficili, la voglia di studiare e migliorarsi, la solidarietà diffusa. Il volume non si limita alle vicende italiane, ma nell'ultima parte si allarga alla Germania nazista e all'istituto della Schutzhaft, cioè la custodia preventiva: una misura introdotta nel febbraio 1933 in seguito all'incendio del Reichstag, che permise alla polizia di arrestare molti oppositori politici sulla base di semplici sospetti e, per questo, da molti punti di vista analoga al confino politico fascista. La riflessione comparata sui due sistemi repressivi dà un respiro più ampio alla ricerca, rendendola ancor più interessante e preziosa. Tuttavia, proprio la scelta di integrare il volume con una disamina molto minuziosa (e lunga, occupa più di un quarto del libro) della custodia preventiva nazista stona un po' con l'architettura generale di un testo che si caratterizza per agilità e sintesi. Si ha l'impressione che la comparazione sottragga eccessivo spazio al tema principale, comunque affrontato con precisione, profondità e originalità.


Lorenzo Verdolini