SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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I diavoli di Zonderwater

Carlo Annese

Milano, Sperling&Kupfer, 303 pp., € 18,50 2010

Il 14 giugno 2010 la nazionale di calcio italiana, campione del mondo in carica, scendeva in campo a Città del Capo. A Giovanni Vaglietti, torinese di nascita e sudafricano dal '46, sarebbe piaciuto assistere alla partita. Lui che era stato un calciatore di pregio, costretto a spendere i migliori anni tra i reticolati di un immenso campo di prigionia eretto sull'altipiano di Zonderwater, a 43 km da Pretoria, che tra il '41 e il '47 ospitò 100.000 militari italiani catturati in Africa dai britannici. Negli stessi giorni, usciva il libro di Annese, caposervizio de «La Gazzetta dello Sport», dedicato alla storia del campo e dei suoi «diavoli»: i componenti di due eccellenti squadre del campionato interno che il capitano Vaglietti definì «il meglio che questo luogo di prigionia potesse produrre» (p. 228).Il calcio, dunque, quale chiave d'accesso sia alla prigionia di guerra in detenzione britannica, ben poco nota sebbene agli inizi del '45 riguardasse ancora 380.000 italiani, sia all'insediamento forzato in terra sudafricana, premessa per l'immigrazione nelle sue città di numerosi ex prigionieri. Così fece Vaglietti, figura emblematica di quanto lo sport abbia favorito l'adattamento a lunghi anni di inedia.Fu una scelta politica, quella che H.F. Prinsloo, comandante di Zonderwater dal '43, operò a sostegno di ogni forma di attività ricreativa e formativa, consapevole che l'inesauribile attesa del ritorno alla vita attiva avrebbe divorato la psiche degli uomini, inasprendone le divisioni ideologiche. «A migliaia di chilometri di distanza, Zonderwater riproduceva fedelmente ciò che stava accadendo in Italia» (p. 53): dopo l'armistizio la scissione risultò tanto deflagrante da costringere Prinsloo a dividere i fascisti, interpreti estremi della guerra, dai cooperatori, disposti ad accogliere l'invito a lavorare, trasferendosi nelle fattorie locali o in quelle del Regno Unito. In mezzo, i non cooperatori, privi di nostalgia per il vecchio regime ma anche di simpatia per la politica unilaterale britannica. I trasferimenti segnarono progressivamente la fine del campionato di calcio che aveva entusiasmato il popolo recluso e molti civili. Al pari delle mostre d'arte, degli spettacoli e degli incontri di box. Il principale, quello che incoronò Giovanni Manca «re di Zonderwater», fu disputato l'8 settembre 1943: posticipato a quella data per favorire la concentrazione delle menti dei prisoners of war su un evento sportivo eclatante anziché sul volgere confuso degli eventi bellici. Lo sport dunque come diversivo aggregante: una sorta di sublimazione del conflitto tra le molte anime interne e di quello combattuto altrove contro gli stessi detentori.Quello di Annese è un lavoro onesto, nato dalla relazione personale con quanti conservano la memoria del campo; una trama di gradevole lettura che intesse ricostruzione storiografica - con riferimenti opportunamente citati - a brani di memorie o interviste, a tratti riferiti in forma dialogica, segno del mestiere di narratore. Le vicende sportive tengono desta l'attenzione del lettore, favorendo le digressioni di natura divulgativa. Resta la curiosità di verificare quanto la giocosa umanità dello sport abbia spronato i tifosi dei Mondiali a conoscere un fenomeno di per sé desolante e iterativo.


Erika Lorenzon