SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il piombo e l'argento: la vera storia del partigiano Facio

Carlo Spartaco Capogreco

Roma, Donzelli, 232 pp., Euro 24,50 2007

Dante Castellucci, calabrese, emigra prestissimo con la famiglia in Francia. Nel 1939, costretto a tornare in Italia, partecipa alla tragedia dell'ARMIR in Russia. Già orientato al comunismo prima di quell'esperienza, Castellucci rafforza le sue convinzioni al ritorno, quando conosce la famiglia Sarzi, attori girovaghi antifascisti, e i fratelli Cervi, coi quali partecipa ad una precoce attività di resistenza già prima dell'8 settembre '43. Arrestato con loro riesce a fuggire e (gennaio '44) ripara in montagna entrando col nome Facio nel distaccamento garibaldino «Picelli». Quando il comandante è ucciso gli succede e guida gli uomini in azioni spericolate e efficaci. Notevole (febbraio) il combattimento del Lago Santo, dove riesce ad avere la meglio su forze nemiche sovrastanti.Facio diventa un mito, «La popolazione [?] trema ed è felice all'udire pronunciare il nome Facio e lo riguarda quasi come un eroe da leggenda» (p. 75) scrive un ispettore partigiano. Poi le cose precipitano quando arriva in formazione un vecchio comunista dell'emigrazione che presto entra in conflitto con lui. Si tratta di Antonio Cabrelli, ben noto alla direzione nazionale del PCI che lo ha espulso dal partito nel 1939 sospettandolo di essere una spia dell'OVRA (recenti ricerche hanno appurato che quei sospetti erano fondati). Facio ammira la preparazione politica di Cabrelli, migliore della sua, e gli offre di dirigere un distaccamento del «Picelli». Cabrelli da quel momento si allontana dalla formazione e si mostra sempre più ostile (cerca anche di uccidere Facio); nel frattempo, spinto da un'ambizione illimitata e grazie alla sua esperienza politica, si ritaglia un ruolo importante nel processo che sta portando al Comando unico e può presentare Facio, che gli dà ombra, come un ostacolo da eliminare senza scrupoli. Leader carismatico ma politicamente inesperto Facio è invece impreparato ad affrontare la fase. Troppo generoso per sospettare il complotto che viene ordito alle sue spalle accetta di discutere con Cabrelli e altri capi comunisti. Durante una riunione viene improvvisamente disarmato, percosso, processato in modo farsesco, condannato a morte con imputazioni ridicole e fucilato.Capogreco ricostruisce in dettaglio i passaggi che portano alla tragica uccisione (presto - ma segretamente - riconosciuta come «madornale errore» dai comunisti spezzini, p. 133) ma rintraccia anche la sorte di Facio dopo la morte: i vani tentativi della sua donna di ottenere per lui riabilitazione post mortem e punizione dei colpevoli; la tardiva concessione di una medaglia d'argento con motivazioni che nascondono i veri motivi della fucilazione; i decenni di reticenze di molti ex partigiani e di alcuni storici locali. Trattando questo caso il libro illumina i drammi (spesso taciuti) che spesso esplosero quando nacquero i Comandi unici. Ma ci mostra anche il prestigio del comunismo presso i giovani partigiani appena nati alla politica. Facio, con l'attitudine di una vittima dei processi staliniani, durante il giudizio non si difendeva perché lo accusavano in nome del Partito comunista. Dopo la condanna rifiutò la proposta dei carcerieri che lo invitavano a fuggire preferendo affrontare la morte comminata dai compagni di lotta. Aveva 24 anni.


Giovanni Contini