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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il mestiere di giudice. Magistrati e sistema giuridico tra i francesi e i Borboni (1799-1848)

Carolina Castellano

Bologna, il Mulino, pp. 330, euro 25,00 2004

Nonostante sulla quarta di copertina si legga che ?caso unico in Italia, nelle Due Sicilie l'ordinamento giudiziario riformato dai francesi all'inizio dell'Ottocento fu, seppure con modifiche, conservato dai Borbone?, il volume di Carolina Castellano è caratterizzato da una prospettiva esclusivamente ?napoletana? o, per meglio dire, ?del Regno di Napoli?, seguendone le vicende anche dopo la creazione del Regno delle Due Sicilie (1816) e fino a quel 1848 che, anche o forse proprio a causa della destabilizzazione politica che la presenza siciliana aveva impresso fin dal primo momento a quell'ordinamento, doveva segnarne, di fatto, la fine. Ricercatrice presso l'Università ?Federico II? di Napoli, l'autrice conclude così, coerentemente, un percorso iniziato circa dieci anni fa, con la proposizione, nel 1996, di un'indagine dedicata ai magistrati napoletani (1817-1861), e proseguito con l'elaborazione di una tesi di dottorato sui magistrati delle Due Sicilie (1806-1850). L'autrice delinea l'itinerario del ?mestiere di giudice? fra diritto comune ed età dei Codici, fra le date limite delle due rivoluzioni (1799-1848) che interessarono la parte continentale del Regno, allo scopo di verificare ?il confronto con il modello importato dai francesi e la sua interpretazione locale? (p. 25). Il lavoro prende le mosse dalla Legge organica dell'8 agosto 1806 e dalla successiva riforma giudiziaria del 1808, nonché dall'adozione dello strumento codicistico, sottolineando come, in un contesto caratterizzato da novità così importanti, nel Regno di Napoli ?la riconversione del sistema giudiziario seguì un percorso più lento e tortuoso? (p. 72), anche perché ?l'esistenza di un corpo e di un sapere di lunga tradizione imponeva una strategia di assimilazione, che mediasse tra l'imposizione di elementi nuovi e la conservazione di quelli autoctoni? (p. 72). Ma come e quanto cambiava il volto della magistratura napoletana fra vecchio e nuovo? Sotto il profilo quantitativo, i dati offerti mostrano con evidenza un significativo ridimensionamento dei togati. Tuttavia, come in ogni fase di transizione, anche per la magistratura napoletana il ?nuovo? era destinato a convivere col ?vecchio? ed è facile immaginare continuità significative piuttosto che rigide discontinuità, a partire dalla formazione stessa dei ?nuovi? magistrati, che provenivano in gran parte ?dalle grandi Corti del diritto comune? (p. 106). L'indagine su presenza e ruolo dei magistrati nelle rivoluzioni del 1821 e del 1848, la ricostruzione di ragnatele di rapporti familiari e politici, l'esemplificazione di talune carriere risulta, infine, la parte più interessante del libro.


Daniela Novarese