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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Intellettuali in guerra. «L'Azione» 1914-1916. Con un'antologia di scritti

Catia Papa

Milano, FrancoAngeli, 251 pp., euro 22,00 2006

Utile riproposta di una rivista politica rimasta fuori dai ricuperi delle riviste della «età delle riviste», avviato con le antologie dei primi anni '60. «L'Azione» dura poco (dal maggio 1914 al luglio 1916); non esce a Firenze ? capitale delle riviste ?, ma a Milano; non la fanno degli scrittori e uomini di lettere; e la leggono in pochi, meno ancora delle altre. Felix culpa per un organo risentitamente elitario. Catia Papa ha fatto bene a rimetterla in circolazione, con un argomentato commento critico e una scelta di articoli, che si dividono lo spazio a metà. Paolo Arcari e Alberto Caroncini sono i direttori (e i loro archivi la base del lavoro); Giovanni Borelli il referente politico più spiccato; si segnala anche la presenza di un Giovanni Amendola lontano ancora dall'icona antifascista; ma Gioacchino Volpe è la mente più robusta e l'espressione meno oscillante di una «linea» che fatica a definirsi fra liberalismo e nazionalismo. Uscendo dall'Associazione Nazionalista sembrerebbero considerarla troppo «a destra», inconsapevole del miracolo della monarchia plebiscitaria del Risorgimento, che andrebbe invece reinverata coinvolgendo e integrando le classi popolari nella Nazione sotto la direzione di una borghesia classisticamente sicura di sé; e però Caroncini, economista liberista vicino a Pantaleoni (c'è anche Pareto nel loro bagaglio), sul «Giornale degli economisti» (1910) scrive di certi scioperanti che «o la polizia li tratterà come meritano, o i borghesi finiranno per avere il coraggio della paura e per rispondere a revolverate» (p. 32). Di fronte alla Settimana rossa, il giovane Dino Grandi, sull'«Azione», renderà omaggio al «santo bastone», la «clava di legno ferro » con cui il policeman inglese o statunitense spacca senza complimenti la faccia del sovversivo (p. 92). Bando ai piagnistei, sì allo scontro frontale ? lo dice anche Widar Cesarini Sforza (La lotta politica, 21.6.1914). Oscillanti nel posizionarsi a destra, ma aspri, perentori, nel rivolgersi a sinistra. E anti-giolittiani, essendo il sistema giolittiano il luogo della mediazione e della corruttela, anzi della «lebbra parlamentare» ? scrive il Manifesto agli italiani dei Giovani liberali nei giorni di Tripoli (1911, p. 37). Libia e guerra europea sono la scossa che ci vuole, il farmaco per ridare volontà di comando alle nuove aristocrazie borghesi e obbligo di ubbidienza alle masse snazionalizzate dai conati eversivi del socialismo. La scelta a favore dell'intervento rappresenta un valore in sé, pur se non mancano differenti accenti. L'ideologia intesofila è lontana per tutti, l'irredentismo e la guerra per Trento e Trieste solo il tramite di una politica di potenza e del pieno controllo dell'Adriatico; ma qualcuno all'«Azione» può lasciarsi risucchiare dall'interventismo, sacrificare troppo alle retoriche movimentiste, contrapporsi al Governo e persino al Sovrano; è Volpe allora a reggere la barra, accettando la forzatura istituzionale ai danni del Parlamento, ma se al centro della forzatura resta il sovrano. Il maggio del '15 ? «radioso» anche per «L'Azione» ? sanzionerà appunto la dittatura del Re (23 maggio 1915, p. 132).


Mario Isnenghi