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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dittatura e rivoluzione nel Risorgimento italiano

Cesare Vetter

Trieste, Edizioni Università di Trieste, pp. 187, euro 17,00 2003

Il testo si presenta come una tappa di un lungo percorso di riflessione sulla moderna ?idea di dittatura?, sullo sfondo di quella che Hobsbawm ha definito The age of revolution. Iniziato venti anni fa con uno studio su Carlo Pisacane e il socialismo risorgimentale in cui il binomio rivoluzione/dittatura si delineava già come un punto focale della riflessione, esso si era poi tradotto in una analisi delle dinamiche ideali e pratico-politiche che ne avevano scandito le trasformazioni sull'onda della grande fucina dell'Ottantanove (Il dispotismo della libertà. Dittatura e rivoluzione dall'Illuminismo al 1848, Milano, Franco Angeli, 1993). Da allora, Vetter ha precisato i suoi interessi in direzione di un approfondimento della nozione di dittatura, con particolare riguardo a protagonisti e attori del Risorgimento, nella convinzione che la tradizionale tendenza a legare il ?modello dittatoriale? al ?partito? democratico, e quello parlamentare alle forze liberalmoderate sia figlia di indebite forzature, come si sottolinea nell'Introduzione a questa ultima opera: la quale si compone di un saggio su Mazzini già apparso su «Il Risorgimento» del 1994, e di una messa a fuoco su Dittatura rivoluzionaria e dittatura risorgimentale nell'Ottocento italiano che intreccia ricerche e risultati oggetto di precedenti pubblicazioni, approfondimenti su autori già segnalati, nuove indagini su personaggi minori e meno originali, significativi per il mixage di suggestioni che operano e che contribuiscono a diffondere, nell'ottica di un eclettismo destinato a ?fare opinione? più di quanto si pensi. Al centro, più che il binomio dittatura/rivoluzione di cui parla il titolo, sta una ricognizione teoricamente e filologicamente avvertita di due modi di intendere la dittatura. Quella rivoluzionaria, finalizzata a ?educare alla libertà?, a ?rigenerare l'uomo e la società?, secondo un registro messianico e palingenetico ?di antica tradizione nella storia della civiltà occidentale?; e quella risorgimentale, avente per scopo ?la riunificazione della penisola e la vittoria militare sull'Austria e i suoi alleati interni? (p. 17), comune a moderati e democratici, salvo un piccolo e variegato manipolo di personaggi influenzati dal mito di Babeuf e dalle idee di Buonarroti, da Bianco di Saint-Jorioz a Benedetto Musolino, Gioacchino Prati, Pietro Mirri e Giuseppe Gherardi. Ma se il capitolo su Mazzini restituisce il senso di una elaborazione teorica e politica complessa, scandita da esperienze che imposero approfondimenti e spostamenti (dal ?legame organico? tra dittatura e convocazione di una assemblea costituente eletta a suffragio universale, alle riflessioni sul nesso insurrezione-rivoluzione, alle diverse modalità di governo richieste dalle due fasi, fino ai crescenti distinguo di fronte all'esperienza della Comune e all'opposto cammino di Garibaldi), la seconda parte rischia di scivolare verso la puntigliosità classificatoria fine a se stessa, anche per l'assenza di ogni cenno alla ricezione di testi poveri di spessore teorico e assai ondivaghi dal punto di vista della progettualità politica problematica.


Simonetta Soldani