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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Camosci e girachiavi. Storia del carcere in Italia 1943-2007

Christian De Vito

prefazione di Guido Neppi Modona, Roma-Bari, Laterza, XIX-213 pp., Euro 18,00 2009

Straordinario il lavoro dietro e dentro questo libro di De Vito - il suo primo -, che suscita ammirazione per come è scritto e concepito. Oltre alle energie e alle capacità di ricerca, raffinate durante il perfezionamento alla Normale con una tesi su altro argomento, nel fare questa storia di detenuti (i camosci) e di personale penitenziario (i girachiavi) all'a. sono serviti gli incontri che ha avuto, i luoghi che ha percorso, il suo impegno di volontariato, dal 1998, nelle carceri di Firenze e di Prato. Dell'ampia documentazione utilizzata, tra interviste, fondi archivistici e librai, periodici ecc., c'è un prezioso elenco in fondo, dove purtroppo, secondo una scomoda preferenza editoriale, stanno pure le dense note.Le pagine iniziali, basate sempre sui documenti e scritte in prima persona per farci passare dal fuori al dentro, ad essere d'un tratto ingoiati dal carcere, funzionano efficacemente da introduzione. «Bisogna avere visto», entrare nei penitenziari, ascoltare le testimonianze dei reclusi affinché l'indagine risulti obbiettiva, aveva raccomandato «Il Ponte» in un fascicolo a sostegno della Commissione parlamentare di inchiesta sulle carceri proposta nel 1948 da Calamandrei, e alla quale molti detenuti decisero di inviare le loro denunce, che De Vito ha naturalmente esaminato. Con il bagaglio di conoscenze raccolte, perché neppure allora le migliori intenzioni di una umanizzazione della pena produssero la riforma complessiva del sistema penitenziario? De Vito non asseconda i luoghi comuni tipici dei discorsi sulle istituzioni totali: non idealizza una storia dalla parte dei reclusi in contrapposizione ad una storia istituzionale; il carcere (neanche il manicomio) non sta chiuso in sue vicende separate da quelle del mondo dei «non devianti». Anzi la chiave di lettura proposta, in modo convincente, nella struttura stessa del volume e nelle scansioni periodizzanti dal 1943 ad oggi, è che il carcere rifletta i cambiamenti della società e della politica, e la sua storia ce li proietta quasi ingranditi. Senza facili automatismi: l'aumento dei detenuti non è aumento della criminalità; dipende dalle cosiddette misure di sicurezza che hanno portato in carcere, dalle 56.000 persone del settembre 2008 alle 64.000 del luglio 2009, soprattutto più emigrati e più tossicodipendenti, quando la capienza di 43.000 posti è solo virtuale, ha ammesso il guardasigilli alla Camera il 14 ottobre 2008, contandone 37.742 effettivi.Delle loro condizioni degradanti si legge spesso nelle cronache di certa stampa, mentre la rappresentazione ufficiale per i media insiste sulla modernizzazione. L'indagine di De Vito sulla realtà della vita nelle carceri italiane interessa a un pubblico partecipe, non solo a studiosi. Non sembra neppure un libro di storia, ho sentito commentare. Invece lo è: un'opera di qualità di uno storico, giovane e precario.


Patrizia Guarnieri