SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Semai. Setaioli italiani in Giappone (1861-1880): «interpretare e comunicare senza tradurre»

Claudio Zanier

Padova, Cleup, 445 pp., s.i.p. 2006

È la storia complessa e affascinante di tanti setaioli italiani, disposti a rischiosi viaggi fino al Giappone, pur di trovare un seme perduto e sano, non intaccato dalla pebrina, che, come una pestilenza, alla metà dell'800 aveva sconvolto le sericolture del Mediterraneo. «Poche attività umane, come quelle legate alla sericoltura ? afferma l'autore nella premessa ? conoscono storie che allacciano [?] gli angoli più lontani del globo in una rete di rapporti commerciali, tecnici, artistici dalle infinite sfaccettature e con le più complesse risonanze ». È una sintesi efficace di un gigantesco arazzo che si stende tra l'Italia e il Giappone, e cuce e interpreta fonti difficili e diverse anche per lingua e grafia, ricomponendole, nell'ultima parte del libro, nelle 148 storie individuali di semai italiani che, tra il 1860 e il 1880, fecero la spola tra i due paesi. Ad originare questa imponente avventura è, si è accennato, la pebrina, malattia che attorno al 1850 sbaragliò una industria importante e consistente nella quale l'Italia primeggiava, all'epoca seconda solo alla Cina. Per sottrarsi alla falcidia, i setaioli dovettero prima di tutto reinventarsi come semai, e lanciarsi nella rischiosa caccia al seme sano, organizzando spedizioni in Cina, in India, e, infine, nell'allora lontanissimo Giappone, che appariva l'ultima chance. La città di Yokohama divenne il centro dei traffici, e lì si installarono le maggiori ditte occidentali. Ma i problemi erano infiniti; e uno dei più consistenti fu la necessità di confrontarsi con una civiltà e una industria totalmente diversa, che, tra l'altro, aveva una propria tecnica (per esempio, le uova venivano fatte deporre su cartoni, e i cartoni dovevano essere conservati e poi imballati per affrontare lunghissimi viaggi). Uno dei nodi fu la lingua ? e la grafia ? totalmente sconosciute; impraticabile la traduzione degli ideogrammi, bisognò «interpretare senza tradurre» ? così si titola il III capitolo ? le scritte e i timbri sui cartoni. In una situazione in cui le informazioni si rincorrevano e le offerte di seme-bachi (da parte di praticoni o di truffatori) si moltiplicavano, occorreva capire se i cartoni fossero veramente autentici. Capire, farsi capire, fidarsi: una condizione basilare, da costruire sul campo. Il lavoro di Zanier contiene infinite suggestioni. Mi sembra però importante segnalare il tentativo di spiegare il «miracolo serico» giapponese, per cui una produzione assai arretrata divenne in qualche decennio efficiente e avanzata, non solo attraverso l'applicazione ? che certo ci fu ? di molte innovazioni tecniche e organizzative: Zanier valorizza qui l'impatto con le abilità tecniche dei numerosi semai italiani presenti in Giappone in quel periodo. E, grazie alla forza dei rapporti industriali e personali da essi costruiti, esperti giapponesi a partire dal 1870 visitarono l'Italia. Arricchito da una iconografia inedita e da tabelle quantitative, e dedicato alla memoria di Alessandro Valota, prematuramente scomparso, il volume è molto più di una «utile piattaforma di partenza», come si esprime l'autore, ma un punto di arrivo su una pista pionieristica.


Cristiana Torti