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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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“Cose de laltro mondo”. Una cultura di guerra attraverso la scrittura popolare trentina 1914-1918

Federico Mazzini

Pisa, Edizioni ETS, 309 pp., € 27,00 2013

«La categoria di “cultura di guerra” è stata ampiamente discussa in anni recenti e gode oggi di diffusa popolarità», afferma l’a. introducendo il volume, rielaborazione di una tesi di dottorato discussa presso l’Università di Padova. Si tratta di un’affermazione al tempo stesso corretta e ottimistica. Corretta se si è ispirati soprattutto dal vivace dibattito degli ultimi vent’anni tra le diverse scuole storiografiche a proposito della prima guerra mondiale e del problema della genesi e del mantenimento del consenso. Al contrario, sostenere che l’approccio culturale alla Grande guerra sia stato ampiamente discusso è, riferito al contesto italiano, eccessivamente ottimistico. L’a. cita inizialmente quattro saggi che, negli ultimi anni, hanno affrontato criticità e stimoli del «paradigma culturale», come l’ha definito Jay Winter; a questi se ne potrebbero aggiungere altri. Un po’ poco per una categoria che segna profondamente dagli anni ’90 la percezione storiografica dell’evento guerra. Già per questa scelta innovativa, la proposta interpretativa dell’a. desta particolare interesse. La sua ricerca vuole «contribuire alla comprensione della categoria di cultura di guerra attraverso l’analisi della sua declinazione contadina tra il 1914 e il 1918». In particolare vuole ricercare il ruolo che in quest’ambito «ha giocato e gioca la scrittura diaristica e memorialistica, sia dal punto di vista dei soldati-autori, in quanto strumento cognitivo, sia dal punto di vista degli storici, in quanto fonte» (p. 9). Per farlo si rivolge a un campione di coscritti trentini nell’esercito asburgico. Si tratta di una scelta eccentrica ma funzionale: in primo luogo, la produzione memorialistica degli «italiani d’Austria» era proporzionalmente più ampia di quella dei coscritti del Regno d’Italia, mediamente dotati di strumenti culturali molto più rozzi (il tasso di analfabetismo o semi-alfabetizzazione può essere stimato superiore al 50 per cento). Ciò comporta la possibilità di analizzare la testimonianza di una comunità relativamente omogenea, preesistente alla guerra nelle sue espressioni culturali di cui l’a. intende dimostrare la sopravvivenza al 1914-1918. L’insieme dei coscritti trentini è fondamentalmente di origine rurale, benché l’esatta definizione sociale sia ambigua (nelle comunità montane la doppia professione è spesso una regola) e le differenze tra coscritti dell’esercito comune e della Landwehr non possano essere trascurate. D’altra parte, il caso della scrittura popolare trentina è uno dei pochi ad essere stato affrontato da una vivace scuola storiografica: Q. Antonelli, C. Zadra e altri storici del gruppo di Rovereto. Ciò permette all’a. di misurarsi con alcune questioni interpretative chiave (lo stupore prima ancora che la rassegnazione di fronte all’evento guerra, il racconto dell’identità collettiva, l’esperienza del combattimento e della morte), basandosi su una contestualizzazione del campione già sufficientemente solida. L’a. dimostra efficacemente le potenzialità del paradigma culturale, suggerendo una volta di più la necessità di ripensare lo sguardo storico sulla guerra italiana.


Marco Mondini