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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il potere della moltitudine. L'invenzione dell'inconscio collettivo nella teoria politica e nelle scienze sociali italiane tra Otto e Novecento

Damiano Palano

Milano, Vita e Pensiero, pp. VI-602, euro 38,00 2002

Opera informatissima, anzi ridondante di informazione bibliografica, offre un panorama vasto quanto intricato nel quale l'autore si muove con disinvoltura, quasi con virtuosismo (un maggior controllo nell'aggettivazione sarebbe stato in particolare auspicabile). Infastidisce un po', sia lecito rilevarlo, specie nella trattazione della letteratura critica, la facilità di giudizio di Palano, non sempre così ovviamente condivisibile come egli sembrerebbe dare a intendere. Ma giacché l'opera in oggetto è sicuramente meritoria, sia per la base testuale e di studi, sia per la capacità dello studioso di stabilire collegamenti fra ambiti, autori, generi e paesi: non soltanto l'Italia, come indica il sottotitolo, è oggetto dell'indagine, ma la vasta produzione europea di varia natura sul tema dell'inconscio collettivo, della psicologia sociale, della devianza e della delinquenza politica, e, in definitiva, della folla. Ricorrendo ad antecedenti lungo l'intero XIX secolo, e talora anche del XVII, l'esplorazione di Palano mette a nudo nessi, ora evidenti, ora nascosti, fra letterati e scienziati sociali, criminologi e teorici politici, psicologi e antropologi, tutti alle prese con lo sforzo eroico di indagare le radici della emersione, dalle viscere della società, delle orde ?barbariche? dei senza nome e dei senza volto, le masse informi, ora voraci, pronte a divorare le élites al potere, ora inermi, soggiacenti ai capi, disposte ad essere da questi manovrate e ridotte a nuova schiavitù. Hugo e Sue, Freud e Lombroso, Tarde e Taine, Sergi e Salgari, Mosca e Le Bon? e molti altri sono i protagonisti, con diverso peso specifico, di questa vicenda, che segue un filo più interno alla libera, suggestiva escogitazione dell'autore che non ancorato a precise coordinate di idee o di fatti. In particolare, tra gli italiani, giganteggiano, nella ricostruzione di Palano, Scipio Sighele ed Enrico Ferri, dei quali si offre un ritratto che mira a restituirne la pienezza teorica e la rilevanza politica. Ritratti efficaci, senza dubbio, e bene argomentati, ma non perciò suscettibili di essere accolti in pieno, accettando una posizione di ?rivalutazione? che può, con argomenti altrettanto validi, essere respinta, specie ove si ricorra, per esempio, a fonti diverse da quelle della produzione teorica degli stessi, come quelle propriamente archivistiche, e in specie epistolografiche, capaci di restituirci qualche elemento aggiuntivo in grado di completare il quadro. E se possiamo, per esempio, anche convenire sul ?plagio? di cui almeno in parte Sighele fu vittima da parte dell'astuto Le Bon ? in grado di manovrare il mercato editoriale oltre che la comunicazione testuale assai meglio del provinciale Sighele, certo non particolarmente dotato sul piano espressivo, con la sua pagina un po' farraginosa, e su quello teorico, con la malcerta congruità dei suoi raziocinamenti ? , non è detto che si debba accogliere una drastica renovatio del giudizio sul pensiero politico dell'antropologo trentino, o del criminologo mantovano, qui assurti generosamente a esponenti di un genuino progressismo.


Angelo d'Orsi