SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Il lavoro italiano nelle colonie. Il Molise e l'Africa Orientale (1936-1940)

Daniela Serio

Presentazione di Lucio Villari, Isernia, Cosimo Iannone editore, pp. 190, euro 1 2002

Dei 600.000 italiani che fecero domanda per andare a lavorare in Etiopia 4.000 erano molisani. Di questi ne partirono 555. Daniela Serio con questa ricerca definisce le caratteristiche e indaga le ragioni di questo flusso migratorio verso l'Etiopia ufficialmente conquistata in sette mesi di guerra ma assai lontana dall'essere pacificata. Fonti ufficiali d'archivio e fonti orali utilizzate dall'autrice offrono innumerevoli spunti, non tutti analizzati a fondo, per esaminare la questione del "lavoro molisano" in Africa Orientale all'incrocio tra realtà e propaganda, tra il piano delle intenzioni politiche ? il progetto di colonizzazione ? e quello dell'effettiva realizzazione: la migrazione temporanea. In altri termini, quanto il regime si impegna a promuovere le opportunità per l'Italia di avere "un posto al sole", un luogo di ascesa sociale in cui gli italiani possano diventare piccoli proprietari e integrare le risorse della madrepatria, tanto gli abitanti della provincia di Campobasso dimostrano di non avere la benché minima sensibilità nei confronti di questi moventi. Quasi tutti contadini, i molisani guardano all'Etiopia per evadere da una realtà di indigenza senza prospettive di miglioramento: mentre il regime pensa a una colonizzazione delle nuove terre sulle cui ragioni di fondo far convergere il consenso della comunità rurale questa attua invece una migrazione temporanea a scopo di sopravvivenza. Attraverso i documenti ufficiali del fondo della Prefettura di Campobasso Serio mette a fuoco il ruolo chiave del prefetto nella gestione dell'"emergenza lavoro" nella sua regione. Egli agisce sul Commissariato per le migrazioni e colonizzazioni interne, l'organismo che coordina le partenze sul piano nazionale, perché conceda una quota cospicua di reclutamenti per i molisani, sostenendone l'importanza per l'economia locale. I molisani, da parte loro, facendo domanda di lavoro per l'Etiopia senza altra finalità che poter mantenere la famiglia rimasta al paese (pochi furono quelli che non partirono soli) entravano per direttissima nel programma fascista imperiale. Chi andava in Etiopia infatti, doveva sottoporsi a una serie di visite mediche, finalizzate al rilascio di un "certificato per uso di lavoro". Questo perché dall'Italia doveva partire soltanto l'uomo forte, il dominatore in grado di civilizzare l'indigeno, il colono, il prodotto della rivoluzione antropologica operata dal fascismo, su cui Emilio Gentile ha molto insistito nelle sue ricerche, che avrebbe dovuto trasformare gli italiani in fascisti nel corpo e nell'anima. Con le interviste a molisani che hanno compiuto l'esperienza della migrazione temporanea in Etiopia l'autrice rivela l'aperto fallimento di questo progetto. Sono voci di uomini che partono spinti dal bisogno, che sognano di tornare e che dichiarano di sottomettersi per ragioni di opportunità al regime fascista. Nulla di più lontano da attestazioni di fede fascista o di adesione al progetto imperiale di colonizzazione. L'analisi di un caso locale come questo, che conta anche su un cospicuo corredo iconografico e documentario, se potesse essere affiancata da indagini simili in altre aree italiane, espliciterebbe meglio la sua valenza generale.


Enrica Bricchetto