SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra

Daniele Ceschin

Roma- Bari, Laterza, XIV-313 pp., euro 18,00 2006

Al quadro delle conoscenze ? vastissimo ma ancora ricco di novità ? sulla Grande guerra, il volume di Daniele Ceschin offre un tassello molto importante. Lavorando su documenti in larghissima parte inediti, l'autore fornisce una ricostruzione precisa ed esaustiva di una storia inspiegabilmente (forse ancora legata ai modelli interpretativi patriottici, ipotizza l'autore) poco o nulla esplorata dalla storiografia: l'ondata di profughi (termine che Ceschin adottata pur tra mille e giuste cautele metodologiche) che, dopo la rotta di Caporetto, dal Friuli e dal Veneto si riversò «in patria». Un fenomeno di assoluta imponenza che segna non a caso l'inizio del «secolo dei profughi». Oltre 630.000 persone fuggirono dalle terre occupate o minacciate da vicino dal nemico, con tutti i mezzi possibili, per raggiungere prima le più vicine regioni italiane e poi via via altre località anche molto lontane dai luoghi di origine. Insomma un altro esercito fuggì dai luoghi della rotta alla ricerca di un posto sicuro. Di questa storia, che inizia alla fine del 1917 e finisce ? ma fino a un certo punto ? nel 1920, Ceschin tratteggia diversi piani di ricostruzione e di lettura. Il primo, e fondamentale in una vicenda così poco nota, è quello di ordine «cronachistico»: quanti, da dove, per dove, quali ambienti sociali sono solo alcuni dei punti essenziali toccati da questa ricostruzione. Come evidente è l'obbligo che l'autore si è imposto di mettere in luce il ruolo delle istituzioni locali e centrali nel gestire l'emergenza. Ma lo studio di Ceschin va oltre ponendosi quesiti e cercando risposte su questioni più complesse e difficili. L'immagine, in primo luogo, di questa massa di disperati o per meglio dire le immagini. Quella veicolata dalla propaganda patriottica, tesa a raffigurare uomini e donne consapevolmente decisi a sottrarsi alla «barbarie teutonica» (e spesso adottata dai profughi borghesi permeati dalla retorica bellicista) trova infatti in queste pagine il suo contraltare nella raffigurazioni e nei vissuti individuali. Da questo punto di vista tutto il percorso degli uomini e delle donne in fuga ? dalla ricerca del mezzo per sfollare a quella dell'alloggio, il sussidio, le condizioni sanitarie, la vicenda spesso penosissima dei bambini ? viene sempre seguito dall'autore anche (ma non solo) in un'ottica soggettiva, cioè attraverso le emozioni riversate nella corrispondenza privata e soprattutto nelle lettere indirizzate alle autorità alla ricerca di un aiuto. Esemplare è il quadro delle memorie e contromemorie, potremmo dire, costruito da Ceschin attorno al tema dell'inserimento dei profughi nelle regioni italiane: difficili adattamenti, rifiuti, stereotipi, rimostranze di ogni genere da una parte come dall'altra ci dicono ancora una volta che la Grande guerra fu non solo per i militari ma anche per i civili la prima e drammatica esperienza di conoscenza tra italiani.


Barbara Bracco