SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Cuori e motori. Storia della Mille Miglia 1927-1957

Daniele Marchesini

Bologna, il Mulino, pp. 283, euro 18,08 2001

Se la storia dell'automobile nella società italiana del Novecento può essere rappresentata come la parabola di un oggetto di consumo che, da simbolo di distinzione sociale ambito da ogni famiglia italiana, si è trasformato in una sorta di incubo per città sempre più imbottigliate e inquinate, i trent'anni di vita della Mille Miglia ? puntualmente ricostruiti dall'autore in un libro piacevole e ben strutturato ? rappresentano bene alcune tappe di questa trasformazione da sogno a incubo. La storia della ?più bella corsa del mondo? iniziò nei ricchi ambienti della provincia lombarda: nella Brescia ?leonessa dell'auto? di un'Italia fascista e ancora poco industriale, ma desiderosa di velocità e di prestazioni. Il regime la adottò e la sostenne ?come una delle espressioni sportive più fedeli al suo spirito e più confacenti al suo progetto complessivo di ricerca dell'accordo con gli italiani? (pp. 37, 161). Corsa pazza e pericolosa, senza limiti di velocità e con regole fatte per essere infrante, la Mille Miglia sembrò celebrare il mito futurista della bellezza rombante e beffarda. Subito divenne uno degli eventi sportivi più popolari e affascinanti, che avrebbe accompagnato l'Italia del Centro-Nord fino alle soglie del ?miracolo economico?. Anche se il Sud e le isole rimasero sempre esclusi dai percorsi che attraversavano campagne, paesi e città ? lungo i circa 1.600 km di viabilità ordinaria necessari per compiere l'andata e ritorno tra Brescia e Roma ?, la Mille Miglia fu veramente ?una corsa per gli italiani? (p. 9) che non poco contribuì a portare il linguaggio della modernità fra tutta quella gente immortalata da fotografi forse consapevoli dell'importanza del ruolo degli spettatori per un evento sportivo di massa: ?milioni? (ill. 14) di persone di ogni età e mestiere, accalcate ai bordi delle strade, sull'esterno di curve pericolosissime, su cigli o muretti, comunque vicini il più possibile ai bolidi guidati da ?eroi? come Nuvolari, le cui gesta sarebbero state rimate da cantastorie e, in seguito, da cantautori. Sospesa per la guerra, la corsa tornò faticosamente in auge in un'Italia ormai repubblicana ma da ricostruire, quando le venne affidato il ?compito difficile, ma non irraggiungibile ? scrivevano i promotori ?, di valorizzare non solo lo Sport, ma l'Industria, il Turismo, in una parola il prestigio del nostro Paese nel campo automobilistico? (p. 149). L'ultima gara si svolse nel 1957, in coincidenza con l'introduzione del limite di velocità, l'avvio dei lavori per l'autostrada del Sole e l'uscita della nuova Fiat Cinquecento: l'inizio della motorizzazione di massa, cioè il ?conseguimento dell'obiettivo?che aveva tenuto ?a battesimo la nascita della corsa? (p. 19), decretò la fine della Mille Miglia, ma non del suo mito. Un mito che però nel corso di tutta la sua storia fu sempre contestato da ambienti diversi, comunque contrari ad accettare il crescente numero di morti e feriti sulle strade causati dagli incidenti spettacolari dei ?bolidi? durante le competizioni, come da quelli più ordinari nel resto dell'anno.


Roberto Bianchi