SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Giovanni Paolo II Una transizione incompiuta? Per una storicizzazione del pontificato

Daniele Menozzi

Brescia, Morcelliana, 171 pp., euro 15,00 2006

L'autore compie un primo tentativo di lettura storica del lungo pontificato di Giovanni Paolo II (1978-2005), colto nel suo sforzo principale di ripensare il rapporto con la modernità per restituire alla Chiesa cattolica «quell'efficacia, quella forza di penetrazione, quello slancio proselitistico che il riorientamento [del Vaticano II] non sembrava aver pienamente conseguito» (p. 13). Nel primo dei quattro capitoli, alcuni dei quali rielaborazioni di precedenti saggi, l'autore affronta il rapporto di Wojtyla con la modernità, esaminato soprattutto attraverso un'analisi degli interventi relativi ai fondamenti della democrazia e ai diritti umani, entrambi ricondotti indispensabilmente a un orizzonte di principi cattolici (sia pure attraverso articolazioni significative), la cui definizione è saldamente rivendicata all'episcopato e in primo luogo al papa: una linea che dimostra l'atteggiamento ancora problematico del Papato verso la modernità. Nel secondo capitolo è ricostruito il nodo pace/guerra, caratterizzato da un insegnamento che si sviluppa nel tempo, approdando, senza rinunciare al mantenimento del concetto di «guerra giusta» (reso tuttavia sempre meno facilmente plausibile), alla denuncia del nazionalismo in quanto tale come potenziale causa di eventi bellici (con un superamento della posizione del papato del primo '900 sull'esistenza di un nazionalismo esagerato, inaccettabile, accanto a un apprezzabile nazionalismo più misurato), al rifiuto di qualsiasi legittimazione religiosa dei conflitti bellici, allo sforzo di presentare la concordia tra le Chiese cristiane e fra le religioni come un fattore di pacificazione. In questo ambito d'impegno, la «politica del perdono » promossa da Wojtyla nella seconda parte del suo pontificato, secondo l'autore tenderebbe a reintrodurre un ruolo paradigmatico della Chiesa cattolica di fronte agli Stati e sulla scena internazionale, come il soggetto più adatto a promuovere un'azione capace di modificare gli assetti del pianeta. Il terzo capitolo verte sulla nuova professio fidei introdotta da Giovanni Paolo II nel maggio 1998, all'interno di un'opera di disciplinamento promossa con intensità e che si è tradotta in un netto ridimensionamento del dibattito interno alla Chiesa. L'ultimo capitolo affronta la «purificazione della memoria», avviata con franchezza da Giovanni Paolo II anche contro resistenze curiali. Sua cifra peculiare risulta il tentativo di favorire un superamento dell'atteggiamento conflittuale del cattolicesimo verso aspetti emblematici della modernità. L'autore ne evidenzia puntualmente i limiti principali: la storiografia è considerata indipendente dagli insegnamenti della Chiesa, ma al giudizio etico e teologico si attribuisce un fondamento oggettivo e trascendente e gli si riserva un'«efficacia performativa » sul presente; l'intera operazione della purificazione della memoria pare non mettere davvero in discussione gli assunti fondamentali dell'opposizione della Chiesa alla modernità, «in particolare l'affermazione del monopolio della verità in materia politica e sociale espressa nella storia dal magistero ecclesiastico» (p. 163).


Giovanni Vian