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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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La mezzaluna e la svastica. I segreti dell'alleanza fra il nazismo e l'Islam radicale

David G. Dalin, John F. Rothmann

Torino, Lindau, 268 pp., Euro 24,00 (ed. or. New York, 2008) 2009

Il libro è apparso negli Usa ad un anno di distanza dalla traduzione inglese del volume serbo della storica serbo-israeliana Jennie Lebel, The Mufti of Jerusalem Haj-Amin El-Husseini and National-Socialism. Questo dimostra come la controversa figura di Amin al-Husayni e i suoi legami con il nazionalsocialismo siano ormai al centro dell'interesse di una storiografia internazionale; tuttavia in Italia l'unica documentata ricerca apparsa su questo tema è quella di Stefano Fabei, Il fascio, la svastica e la mezzaluna del 2003.Figlio di una delle più importanti famiglie del notabilato palestinese, Amin al-Husayni si pose ben presto a capo del movimento di opposizione alla presenza ebraica in Palestina diventando strenuo sostenitore di un violento antisemitismo di matrice islamica. Nominato gran mufti di Gerusalemme nel 1921, con appoggio dello stesso alto commissario britannico Sir Herbert Samuel, Amin al-Husayni proclamò la jihad contro le «potenze anglo giudaiche» senza fermarsi tuttavia alla sola Gerusalemme ma avendo come meta la creazione di un «Nuovo ordine mondiale». A questo scopo il mufti sostenne, in linea con il filofascismo e filonazismo di gran parte del mondo arabo, un'intensa collaborazione con l'Italia di Mussolini e con il Terzo Reich. Dal 1941 si stabilì a Berlino dove incontrò Hitler e frequentò assiduamente Himmler. Si fece promotore dell'arruolamento di circa 100.000 musulmani nelle SS (tristemente famosa è rimasta la creazione della divisione SS «Handschar» colpevole del massacro del 90 per cento degli ebrei di Bosnia) e, sempre a Berlino, attraverso trasmissioni radio in arabo appoggiò la causa nazionalsocialista nel mondo islamico. Sostenitore della Soluzione finale si adoperò, tra l'altro, al fallimento di negoziati tra Alleati e nazisti che avrebbero dovuto permettere a 4.000 bambini ebrei di raggiungere la Palestina in cambio della liberazione di prigionieri tedeschi. Gli aa. seguono tuttavia la vicenda del «Führer del mondo arabo» ben oltre la fine della seconda guerra mondiale fino alla sua morte a Beirut nel 1974. Dopo la guerra divise la sua esistenza tra Egitto e Libano rafforzando i suoi legami con Sayyid Qutb e Hasan al-Bannah, l'uno teorico e l'altro fondatore dei Fratelli musulmani, organizzazione antesignana di Hamas, Hezbollah e al-Qaida e che vide il coinvolgimento anche di leader egiziani come Nasser e Sadat. Nel '48 Amin al-Husayni fu eletto all'unanimità dall'Assemblea nazionale palestinese presidente del Governo per la Palestina diventando protettore e mentore di Yasser Arafat; nel '51 fu presidente del Congresso islamico mondiale di Karachi e nel '55 rappresentante del movimento palestinese alla Conferenza di Bandung.Uno degli intenti degli aa. è di dimostrare una diretta connessione tra l'attività antisemita di Amin al-Husayni e il moderno fondamentalismo islamico di matrice terrorista, responsabile dell'attentato alle Torri gemelle dell'11 settembre 2001. Non si può ignorare quindi la valenza politica del libro, che presenta un'utile appendice di documenti, ma che tuttavia non tiene conto di buona parte della bibliografia tedesca sull'argomento.


Andrea D'Onofrio