SISSCO

Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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Dinastie. Fortune e sfortune delle grandi aziende famigliari

David S. Landes

Milano, Garzanti, 423 pp., Euro 28,00 (ed. or. New York, 2006) 2007

David Landes ha una capacità di fondere nella narrazione geografia, politica, società, cultura, economia, tecnologia, che ne fanno uno dei maestri della storiografia del '900. Il punto più alto della sua parabola è la pubblicazione alla fine degli anni '60 del Prometeo liberato, storia di quella fondamentale vicenda umana che è la rivoluzione industriale che Landes mette a fuoco in tutta la sua complessità, in una sintesi perfetta di «micro» e «macro».Negli anni più recenti Landes si è convinto che il mestiere dello storiografo consista soprattutto nel raccontare «storie» dalle quali naturalmente estrarre un senso, pervenire a significative generalizzazioni. Non è questo un compito agevole perché non è semplice stabilire la rilevanza dei casi, la loro adeguatezza qualitativa e quantitativa rispetto alle tesi che si vogliono sostenere.È il problema di questo Dinastie, una dozzina di storie di famiglie che per lunghi periodi - anche fino a tre secoli - hanno governato una ben identificabile attività economica. Landes le divide per tre settori: i Baring, i Rothschild, i Morgan nella banca; Ford, Agnelli, Toyoda, Peugeot (con pagine dedicate anche a Renault e Citroën) nell'automobile; Rockefeller, Guggenheim, Schlumberger, Wendel nelle miniere e nell'industria estrattiva. Landes è scrittore di prim'ordine e le famiglie e i grandi personaggi - Nathan Rothschild, J.P. Morgan, Henry Ford, John D. Rockefeller - passano di fronte a noi in un'affascinante trama, vivi e concreti. Ma Landes non si limita ad offrirci una piacevole lettura, punta ad una nuova interpretazione delle dinamiche del capitalismo moderno sfidando le note tesi di Alfred Chandler che, in lavori impressionanti per vastità di ricerca e capacità di generalizzazione, ha sostenuto la necessità della grande impresa manageriale per lo sviluppo economico di un paese. Le posizioni di Chandler possono ovviamente essere poste in discussione, come hanno fatto con notevole efficacia autori quali Philip Scranton, Youssef Cassis, Leslie Hannah, ma con ben altra consistenza empirica ed argomentativa. Ad un esangue capitalismo manageriale Landes vorrebbe sostituire quello delle famiglie dedite alla causa e custodi della tradizione. Ma gli stessi casi esaminati gli giocano brutti scherzi, perché dimostrano la non eludibile equazione grande impresa-gerarchie manageriali, mentre spesso viene sottaciuta la criticità del nesso opportunità di crescita/volontà di controllo famigliare.In realtà all'alba del XXI secolo sembra evidente che per il bene comune, l'impresa e, in particolare, la grande impresa, vada affidata alle «mani adatte», senza escludere le famiglie ma senza riguardo per tradizione e diritti dinastici. Individuare meccanismi e percorsi che portino a questo risultato è un compito fra i più degni ai quali lo storiografo, il giurista, l'economista, lo scienziato sociale possa applicarsi.


Franco Amatori