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Società italiana per lo studio della storia contemporanea

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L'espansione europea in Africa e le prime voci critiche sul colonialismo. Edmund Dene Morel (1873-1924),

Davide Delbono

Torino, L'Harmattan Italia, 234 pp., Euro 33,50 2007

Il lavoro di Davide Delbono, studente del Dottorato di Ricerca su Istituzioni, idee, movimenti politici nell'Europa contemporanea dell'Università di Pavia, riprende la sua tesi di laurea, discussa all'Università di Genova nel 2004.Il testo ripercorre il pensiero di E.D. Morel e le sue posizioni critiche su alcuni degli aspetti più devastanti e predatori (dalla tassa sulle capanne nell'Impero inglese, alla lotta alla schiavitù, all'opposizione alla sfruttamento indiscriminato del Congo di Leopoldo II del Belgio) dei sistemi coloniali europei in Africa, in via di strutturazione tra la fine dell'800 e i primi decenni del '900. Le campagne di Morel riflettono il pensiero liberista e mercantile dei ceti commercianti di città come Liverpool e le contraddizioni, anche di interesse oltre che di visione, che emergono tra questi stessi ceti e gli apparati burocratici coloniali che in quegli anni stanno definendo il passaggio a politiche di vera e propria occupazione e controllo territoriale delle colonie lungo linee sostanzialmente monopolistiche. Ma si inseriscono anche in un movimento più ampio di denuncia delle forme di schiavitù e sfruttamento quasi schiavistico del lavoro (il caso dello Stato Libero del Congo), che ha già una consolidata tradizione nella politica britannica (l'Anti Slavery Society è fondata nel 1839 e i suoi antecedenti erano stati particolarmente attivi nel condurre all'abolizione prima della tratta e poi della schiavitù nell'Impero inglese). E s'incrocia, ancora, con l'elaborazione della nascente antropologia britannica moderna, in questo caso impersonificata da Mary Kingsley, dai suoi viaggi in Africa per studiare i popoli e le tradizioni locali, e soprattutto dalla sua critica tanto della «missione civilizzatrice» del colonialismo europeo (inclusa l'evangelizzazione), quanto dell'imposizione di tributi (come la famigerata «tassa sulla capanna»), funzionali ad alimentare le casse coloniali (l'Africa, nel pensiero coloniale dell'epoca, non doveva comportare costi per le amministrazioni) e spingere gli africani ad impegnarsi in forme di lavoro, produzione e commercio sempre più fondate sulla moneta e sullo scambio capitalistico con la metropoli.La ricostruzione del pensiero e delle attività di Morel condotta da Delbono presenta un certo interesse se si vogliono comprendere le motivazioni, le spinte, i gruppi di pressione ma anche le linee di frattura e contraddizione dell'establishment mercantile e coloniale britannico di quel periodo. La prospettiva entro la quale questa analisi viene svolta rimane tuttavia esclusivamente «britannica», con poco o nessuno spazio concesso all'interazione tra le politiche coloniali e i terreni in cui si andavano a esercitarsi e l'agency africana con cui si sono trovate a confrontarsi. Ciò si riflette anche nella bibliografia finale e nella documentazione utilizzata, dalle quali manca qualsiasi riferimento alla ricchissima e recente letteratura di ricerca su un passaggio decisivo - quello tra fine '800 e inizio '900 - della storia dell'occupazione coloniale europea e in particolare britannica dell'Africa subsahariana.


M. Cristina Ercolessi